Le ‘Poesie incivili’ di Camilleri su Micromega

Andrea Camilleri ha dato un calcio al buonismo. Direte: ma si sapeva, basta vedere come ha trasformato in fedifrago il suo commissario Montalbano. Ma quello è niente: leggete l’ultimo numero di MicroMega. Il servizio di apertura: le «Poesie incivili» di Andrea Camilleri, scrittore esimio e di successo. Non è certo la prima volta che il papà di Montalbano si diletta in rime più o meno dissacranti. Ma è la prima volta che i suoi sussurri si sono trasformati in urla. Urla politiche. E senza tema di volgarità. Un esempio? Le rime scritte per il leader della Lega. Un inno al Senatur. Leggiamo il primo verso. Un verso d’autore, integrale: «Quel medio alzato all’inno di Mameli se lo metta nel culo Senatore, già fatto largo per averci infilato il Tricolore. Mi congratulo per la capienza!».

Ed è soltanto un assaggio. Perché Umberto Bossi è il primo della lista, ma la verità è che ne ha per tutti il papà del commissario più famoso della televisione. Fendenti e strilli che entrano in quel merito troppo spesso dimenticato dall’opposizione. Fendenti e strilli che colpiscono al cuore proprio la stessa opposizione. Ricordano tanto le urla di Nanni Moretti in Piazza Navona, quelle che aprirono le danze dei girotondini. Adesso ci pensa lui, Andrea Camilleri, milioni e milioni di copie di libri vendute. Milioni e milioni di telespettatori catturati sempre con le storie del suo ineffabile commissario Montalbano. Camilleri che in piazza Navona ci ha già fatto un salto l’estate scorsa, il giorno che Sabina Guzzanti ha massacrato dal palco Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità.

Ci era arrivato un po’ in punta di piedi nel luglio scorso in quella piazza, Camilleri. Ma adesso che il buonismo è sepolto, qualche settimana fa nella piazza ci è tornato per scendere accanto agli studenti in protesta contro la riforma. In senso metaforico, per carità. Meglio, letterario: «La Gelmini? Di sicuro non è un essere umano…». La strada è aperta. Spianata. Un’altra «Poesia incivile»: «Quando in pochi parlammo di regime fummo derisi. I politologi più sottili ci spiegarono che sbagliammo a demonizzarlo, non era il diavolo, infatti non indossava coda e corna regolamentari. Ora gli stessi politologi eminenti ogni tanto si fermano per strada, annusano l’aria, si chiedono perplessi: “Ma cos’è questa puzza di zolfo?”. E ancora non se lo sanno spiegare». Fendenti e strilli. A destra: «Per partecipare al Family day è indispensabile aver sposato due mogli o avere avuto figli dall’amante mentre la moglie era in carica...». Ma anche a sinistra. Ai leader della sinistra. Senza sconto alcuno: «Spacciano agli elettori come dialogo il suo farneticante monologare, fanno qualche timorosa obiezione, ma se lui batte il pugno, si piegano e vendono alle tv le loro quotidiane sconfitte come accordi raggiunti con arte sottile. Pallide ombre di un governo ombra che non riesce a far ombra a nessuno».

via | Alessandra Arachi su Corriere.it

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Uomini e Maggiordomi (di Peter Gomez)

Questo pomeriggio il vice-presidente della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, Giorgio Lainati (Pdl), e il capogruppo del partito di Berlusconi in commissione, Alessio Butti, hanno annunciato che nei prossimi giorni chiederanno «conto al direttore generale Cappon e al presidente Petruccioli del perché sia permesso all’ex parlamentare diessino Michele Santoro di fregarsene del pluralismo dell’informazione». I due si lamentano perché nella puntata di Annozero di giovedì, dedicata alla crisi economica, «Santoro ha sparato contro il Governo facendo parlare esponenti del mondo politico e imprenditoriale rappresentanti la sola opposizione» utilizzando poi, «per completare “il capolavoro”, una serie di grafici e tabelle, molte delle quali elaborate da studi della Cgil».
Il messaggio che lanciano Lainati e Butti, con un linguaggio nemmeno troppo vagamente nostalgico, è chiaro: per Annozero è ormai iniziato il conto alla rovescia.
A questo punto, più che ricordare che i ministri del Popolo delle Libertà nelle ultime settimane hanno sempre declinato gli inviti in trasmissione per loro libera scelta, è forse il caso di riflettere sul significato della parola pluralismo e sui limiti del giornalismo.
Partiamo dunque dal fondo: ovviamente anche chi fa il giornalista ha dei limiti. Che possono essere riassunti così: ciascuno può dire o raccontare quello che vuole a patto che non violi il codice penale o quello deontologico. Non si possono, insomma, diffamare o calunniare le persone. E se ciò avviene chi lo ha fatto paga con sanzioni pecuniarie o, nei casi estremi, addirittura con la detenzione. In ogni caso a stabilire se ciò è avvenuto non può essere un organismo parlamentare. Devono farlo invece la magistratura e l’ordine dei giornalisti.
Veniamo quindi al pluralismo. Dare diritto di parola ai rappresentanti di tutte le formazioni politiche in un unico programma non vuol dire essere pluralisti. Prima di tutto perché non solo i partiti rappresentano la società (cioè il pubblico): i parlamentari, che intervengono su qualsiasi argomento in tutti i tg, dal punto di vista giornalistico hanno lo stesso peso dei sindacati, delle associazioni e dei semplici cittadini. E anzi, se si vuole fotografare con chiarezza lo stato di un paese come il nostro, spesso (anzi quasi sempre), meno si fanno parlare i politici e meglio è. Ma non basta. Perché la tv non è pluralista se il giornalista o il conduttore si limita a dirigere il traffico dando la parola a questo o quello. Lo è invece se lascia spazio in programmi differenti a conduttori e giornalisti con punti di vista e opinioni diverse. Poi saranno i telespettatori a scegliere che cosa guardare.
Insomma la tv pubblica dovrebbe essere un po’ come un’edicola: ch’è chi compra il “Corriere della Sera”, chi “la Repubblica”, chi “il Giornale”. Vince poi il migliore (chi fa più ascolti). Un’unica regola va rispettata: la verità dei fatti. Detto in altre parole: se Berlusconi afferma che il mare è giallo e D’Alema risponde che è rosso, il conduttore, comunque la pensi, deve intervenire per chiarire che il mare è blu. Se non lo fa è, nel migliore dei casi, professionalmente impreparato, e nel peggiore un maggiordomo.

Lainati e Butti hanno un bel coraggio

Si è più volte fatto notare come l’opposizione spesso è assente, oltre che politicamente, anche materialmente da tg e alcune trasmissioni.

Nei giorni scorsi, poi, il Cavaliere Mascarato ha invitato i suoi ministri a disertare la trasmissione di Crozza: è evidente che i migliori comici li vuole in Mediaset.

"Le opinioni di Silvio" di Pino Corrias

Una della meravigliose qualità di Silvio Berlusconi è che non avendo opinioni, le ha tutte.

E’ contemporaneamente filo americano e filo russo, sta con l’Europa, ma sta anche con i celti orobici della Lega che sono contro.

E’ amico contemporaneamente dei cinesi e del Dalai Lama.

Ai vertici internazionali difende i diritti umani. Ma se li scorda quando atterra a Tripoli per finanziare con 5 miliardi di euro la dittatura del suo amico Gheddafi.

E’ per “il ritorno all’etica nella finanza”. Ma ha preteso la depenalizzazione del falso in bilancio per scampare a un po’ di processi.
Quando sta alla Casa Bianca è capace di travolgere il palchetto pur di baciare George W. Bush che resta immobile a guardarlo allarmato.

Quando è nel gelido Cremlino si scalda con il colbacco e con gli abbracci a Putin e Medvedev, amici suoi, critica lo scudo spaziale americano, “una provocazione”, difende i carri russi in Georgia, sostiene che la tragedia cecena sia un’invenzione.

Di fianco al leader turco Erdogan dice che l’Europa non sarà completa fino all’ingresso della Turchia, e lui si batterà per il popolo turco.

Ma quando va all’Eliseo, dove abita il marito di Carla Bruni che i turchi in Europa non vuol farli neanche avvicinare, lui dice che niente lo divide dal suo amico Sarkozy.
Un volta l’ingegner Carlo De Benedetti, di ritorno da Londra dove aveva incontrato il primo ministro Tony Blair, raccontava lo stupore del leader britannico per il perenne sorriso di Silvio ai tavoli delle consultazioni: “E’ sempre d’accordo su tutto. Non chiede mai nulla”. Ma a pensarci bene: perché non dovrebbe sorridere, visto che gli stiamo dando (e si sta prendendo) tutto?

via | Vanity Fair, 20 novembre

le candidature del Pd

Vignetta di Sergio Staino

Nepotismo imperante

La storia raccontata qualche giorno fa, su corriere.it, del concorso da ricercatore a Messina, «Un posto, un solo candidato: il figlio del professore», ha scatenato numerose reazioni.

Tantissime email sono giunte alla redazione del giornale: molti sono arrabbiati, in tanti si vergognano di far parte di questo sistema; altri vogliono scappare. Ma soprattutto in tanti accusano con tanto di nome e cognome. In attesa di verificare per poi raccontare tutte queste storie, ecco alcuni passaggi degli interventi più significativi.

C’è chi ci chiede di rispettare il desiderio di non essere mai menzionato e rimanere nell’anonimato.

E poi racconta cosa succede nella facoltà di Medicina di Messina. Marco invece denuncia gli intrighi nella facoltà di Economia alla Sapienza di Roma: «Il nepotismo nella facoltà di Economia, se consultate l’organico, è all’ordine del giorno: ci si rende subito conto che emerge una composizione fatta di un quadro di famiglie allargate nell’ambito di uno stesso dipartimento o comunque all’interno della stessa facoltà. E giù l’elenco di nomi e cognomi e uno in particolare: «Questo strapotere ha lasciato gli altri docenti allibiti».

Un altro lettore denuncia i casi alla facoltà di Chimica alla Sapienza di Roma: «Il ricercatore che ha vinto il posto si è laureato, ha effettuato il dottorato di ricerca ed ora è ricercatore nel gruppo di ricerca dello stesso professore che lo ha esaminato. La commissione era composta da due membri “esterni” che in realtà collaboravano con il professore presidente di commissione ormai da anni. Da notare che candidati molto più qualificati (almeno sulla carta) si sono stranamente ritirati prima dell’inizio delle prove». Un altro. Sebastiano ha studiato a Palermo: «Andate a vedere quanti figli e nipoti di professori sono guarda caso dei geni incompresi, anzi compresi solo da commissioni amiche. Molti di questi non sono neanche in grado di parlare un corretto italiano». E via all’elenco di nomi. DaFirenze ci scrive Lorenzo:«Le manfrine padre-figlio sono le più vergognose, ma ogni presidente/membro di commissione per concorsi per ricercatore o professore ha SEMPRE un candidato da far vincere.

Accadde qualcosa di simile qualche anno fa a chimica a Firenze». E ci dice in quale stanza e in quale facoltà dobbiamo andare ad indagare. Massimo ci invita anche lui a rintracciare le «parentele incrociate», per esempio, tra i docenti e ricercatori della facoltà di Giurisprudenza, ancora una volta, a Messina.

Martina laureata in lettere moderne a Padova: «Sì, la facoltà di Padova, quella che di mogli, mariti, figli e cognati ha i dipartimenti zeppi. E io sono una ex aspirante ricercatrice, disillusa, impiegata, prima laureata in famiglia, orgoglio dei suoi nonni che hanno fatto solo le elementari. E orgogliosa dei suoi nonni che le hanno insegnato, più di tutti i professori, il valore dell’istruzione». Salvatore, invece, voce fuori dal coro, non vuole che si parli sempre e solo di Messina: «Per esempio, perché non parlate mai dell’università di Reggio Calabria dove la facoltà di Giurisprudenza è stata creata solo dieci anni or sono (inutile doppione di quella storica di Messina, a soli 4 km di aliscafo) per sistemare figli di professori della medesima facoltà?».

Claudio è rimasto senza parole: «Anzi ne ho solo due: mi vergogno. Un paese in cui può accadere questo e non reagisce è allo sbando. Come dottorando, figlio di un operaio del nordest, ho solo un grande senso di tristezza. Spero che il ministro legga l’intervista e che faccia qualcosa di concreto e non delle riforme che mettono tutti dentro la stessa pentola senza distinzioni». C’è chi invita tutti ad andarcene dall’Italia: «Chi veramente vale e vuole bene al proprio paese prenda il passaporto e voli lontano!». E poi, c’è chi cita un suo professore americano, di nazionalità anche italiana, che si domandava quale fosse il livello della ricerca che si fa in Italia: «Si potrebbe chiedere a Piero Angela perché acquisti i documentari dal National Geografic». Infine Andrea: «È una vergogna che paghiamo tutti e che pagheranno i nostri figli ancora di più».

«I figli dei docenti sono più bravi perché hanno una “forma mentis” che si crea nell’ambito familiare». Questa frase del professor Giuseppe Nicòtina ha scatenato sarcasmo e arrabbiature. Franco da Messina torna sull’infelice espressione “forma mentis”: «Ma allora come si spiega , se il figlio è una risorsa, che la città in tutti i comparti socio economici è ultima o fra le ultime Italia pur essendo la 13esima città per numero di abitanti? Antonino vuole che questa battaglia prosegua al fine di portare un po’ di «Giustizia» almeno nel campo dell’Istruzione: «I figli di Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Copernico, Euclide, Pitagora non hanno avuto lo stesso potere intellettuale dei padri, ciò a dimostrazione che nella scienza, nell’arte e nel progresso tecnologico e industriale, occorrono dei geni», non dei raccomandati.

Marco da Siena è inviperito: «Questo professore, dopo l’affermazione secondo cui i figli dei professori sono più bravi perché… andrebbe preso a calci. Ma perché gli studenti, invece di manifestare senza un perché non protestano contro questi personaggi che si permettono frasi non solo vergognose ma anche razziste?». Paolo da Padova usa il sarcasmo: «E’ triste constatare che pur raggiungendo lo scopo questi signori non riescono neanche a difendere degnamente i propri figli. Forse più che di “forma mentis”, dovremmo parlare di forma “de-mentis”». Un altro rincara: «Stranamente l’unico intelligente capace e con le publicazioni era il figlio di un prof che forse le publicazioni non le ha neanche scritte lui ma gliele hanno scritte o magari ha fatto un collage da lavori di altri che si sono rotti le ossa».

Ma fuori dal Belpaese lo scoramento si sente ancora di più.

Franco fa il professore d’italiano in Brasile, a 200 km da Fortaleza, la zona più povera di quell’immenso paese: «Le devo dire che qui, nel “tercero mundo”, dove l’analfabetismo raggiunge il 48%, e l’impronta del pollice ha valore legale nei documenti, non accadono cose come quelle tristemente narrate da voi. Mi vergogno di essere italiano». Pietro dal Canada è pessimista: «Le cose funzionavano come a Messina anche 20 anni fa nelle università del nord. Non solo: anche nei concorsi pubblici (negli ospedali certamente) per tutte le posizioni, apicali e non, non cambierà mai, altrimenti non sarei qui come tanti altri colleghi che in Canada o negli Usa sono stati valutati in base ai meriti. Ma l’Italia ci manca. Ci manca eccome. E la speranza sarà l’ultima a morire».

Valentino da Londra: «In Italia non avevo futuro accademico perché il dottorato lo si vince se si è “allievo di” o ‘”figlio di” e poi a cosa serve? Per far lavoro di segretaria, far fotocopie, spostare scaffali e ricevere gli studenti». La conclusione ad una mail spedita dalla Svezia: «Non so se ho voglia di mettermi a ridere oppure a piangere. Sono medico plurispecialista e sono andato via dall´Italia 11 anni fa perché non essendo figlio di “prof” ovviamente non avevo speranze. L´università è stata regalata da tutti i politici ai loro amici i quali hanno solo pensato di usare l´università per fare soldi e poi come ufficio di collocamento per i figli e nipoti».

Nino Luca su Corriere.it

Ipse dixit

Questo è un governo che crede nel cambiamento, è, per certi versi, un governo di sinistra. Può sembrare una contraddizione, ma noi mettiamo al centro non solo il ceto medio ma anche le famiglie. Mariastella Gelmini

Travaglio: "Nulla è impossibile"

“In America – dice Obama – nulla è impossibile”.

Ma anche l’Italia non scherza, visto il benvenuto che gli han dato Gasparri (“ha vinto Al Qaeda”) e Al Tappone (“Obama è abbronzato”). La boiata razzista del Cainano s’inserisce in una tradizione che l’ha reso celebre nel mondo, perché è fuori dai patrii confini che dà il meglio.

Le corna a Caceres, in Spagna. L’atterraggio in Estonia (“Bella, l’Estuania”). Le molestie a un’operaia della Merloni in Russia (“voglio baciare la lavoratrice più bella”, con Putin che osservava gelido l’amico Silvio intento ad arrampicarsi sulla giunonica ragazza in fuga). Il ricordo dell’11 settembre (“voglio ricordare l’attacco del comunismo alle due torri”). Gl’insulti al mondo islamico (“Dobbiamo esser consapevoli della superiorità della nostra civiltà su quella islamica, ferma a 1400 anni fa)”. Le ganassate da latrin lover col danese Rasmussen (“E’ più bello di Cacciari, lo presenterò a Veronica”) e col tedesco Schroeder (“Parliamo di donne: tu te ne intendi, ne hai cambiate tante, eh eh”). Il “kapò nazista” al socialista tedesco Schulz. La mania di regalare orologi a chiunque, anche durante il G8 mentre parlava Chirac.

E poi i tentativi di rimediare alle gaffes, raddoppiandole. Come quando rivelò di aver “dovuto riesumare le mie doti di play boy e fare la corte alla presidente Tarija Halonen per portare da Helsinki a Parma l’agenzia alimentare europea”. La Finlandia protestò, e lui esibì una foto della Halonen: “Ma vi pare che io mi metta a far la corte a una così?”. Pezo el tacon del buso. Infatti l’altroieri ha dato degli “imbecilli” e poi dei “coglioni” a quelli che non hanno gradito il suo umorismo da Ku Klux Klan, mandandolo alla fine “affanculo”.

Ora si spera che non incontri mai Mandela: “Ohè, Nelson, troppe lampade eh?”.

via | Marco Travaglio su ‘Voglio Scendere’; vignetta di Sergio Staino

A chi mastica l’inglese segnalo un interessante link: Silvio Berlusconi, 10 memorable gaffes

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