Sugli scontri di Roma

C’è chi sostiene che i recenti scontri romani siano stati creati ad arte.

Come si può leggere nel blog di Grillo, in Piazza Navona un camion è stato lasciato passare dalla Polizia. Trasportava caschi, mazze, forse tirapugni e una ventina di provocatori. Provocatori, non studenti.
I provocatori hanno picchiato gli studenti sotto gli occhi della Polizia.
Un camion con mazze e teppisti poteva essere lì solo in due casi:
– perchè la Polizia lo ha consentito su ordine di qualcuno
– perchè la Polizia non governava la piazza.
Maroni, il ministro degli Interni, dovrebbe spiegarci cosa è successo.

Numerosi video sono presenti sul, web e testimoniano l’anomalia di questi incidenti.  Emblematica è la testimonianza del giornalista e scrittore Curzio Maltese.

E’ evidente che gli episodi del G8 di Genova (sempre governo Berlusconi) non hanno insegnato nulla.

Doveva essere il Governo che doveva garantire maggiore sicurezza. Alemanno sulla sicurezza ci ha costruito la sua vincente campagna elettorale a Roma.
Si può essere pro o contro i tagli alla scuola o alla ricerca, ma non si può violare il diritto di manifestare il proprio dissenso; non si può falsificare la realtà. Siamo veramente alla frutta.

Facebookmania

Facebook e’ il sito (social utility) nato richiamandosi, anche nel nome, agli album fotografici che le università americane pubblicano a inizio anno accademico per ritrovare amici perduti: basta un click e si diventa amici, si ritrovano ex compagni di scuola, ex colleghi, lontani parenti o antiche fiamme. E si comincia a condividere pezzi di vita, foto e video.

La passione per ‘faccialibro’ è in rapido aumento anche in Italia: un milione 369 mila utenti (su 132 milioni nel mondo), con un incremento di visitatori del 961% in un anno (del +135% degli iscritti).

Una febbre che contagiato soprattutto la fascia tra i 30 e i 40 anni: questo mondo virtuale è infatti vissuto come un antidoto al senso di vuoto e alla solitudine, che in questa fase della vita, fitta di bilanci, contagia anche i cosiddetti vincenti. A 40 anni, che gli obiettivi che c’eravamo posti siano stati raggiunti o meno, si fa strada un senso di vuoto, perchè più che l’essere abbiamo curato l’apparire. Si finisce per ricercare quelli che sono percepiti come rapporti veri: i compagni di scuola, i vecchi amici. Quelli a cui davamo e ricevevamo sostegno e comprensione sinceri. Secondo gli esperti, il crescente scambio di messaggi, foto e contatti sono il sintomo di un disagio sempre più diffuso, una spia di un grosso problema di solitudine

Facebook permette a tante persone di pensare di essere importanti, solo perchè hanno centinaia di amici virtualì, ma purtroppo si tratta spesso solo di una colossale illusione.

Inoltre resterà per sempre traccia sul web del cumulo di menzogne o banalità narcisistiche che si immette nella rete. Che spesso vengono al pettine. Alla ricerca di una realtà diversa, anche sentimentalmente, si altera la verità.

Gli esperti hanno tracciato l’identikit dell’utente facebook.

1) I nostalgici: si emozionano alla vista delle foto dei compagni dei vecchi classe . Cercano gli amici del passato per vedere come sono invecchiati, e commentano i bei tempi andati. Una nostalgia per i vecchi tempi che, di fatto, è un rimpianto per i rapporti veri e perduti, per un’infanzia e un’adolescenza ormai lontana e mitizzata.

2) I latin lover virtuali: a caccia di nuovi potenziali partner, ma anche di ex piacenti e disponibili. Spesso nascondono una relazione e rimpinzano il proprio profilo e gli album con foto sexy o interessanti, a volte ritoccate. In genere accumulano decine e decine di amici dell’altro sesso, con i quali fanno i misteriosi. Ma per gli esperti, alla fine, probabilmente, si tratta di persone sole o profondamente infelici con il partner.

3) I cuori infranti: delusi dall’ultima relazione, in corso o finita, sono a caccia degli antichi amori, dei quali mitizzano i ricordi. Cercano di darsi un’altra chance grazie alla rete.

4) Gli insoddisfatti: infelici anche se hanno una famiglia e dei figli, spesso sono donne. Non trovano spazio per il sogno, il romanticismo e quel pizzico di avventura; e finiscono per cercarli su Facebook.

5) Quelli della pubblicità: sono più o meno famosi, politici, sportivi, attori. Ricorrono a Facebook per farsi pubblicità.

6) Quelli con l’alter ego: dai 400 burloni che si sono presentati nei panni del calciatore Francesco Totti, ai tanti Giulio Cesare o Maria Antonietta, a quelli che pubblicano foto diverse o ritoccano la descrizione vantando titoli ed esperienze di fantasia. Soli e in cerca di contatti, si mettono una maschera per ottenere attenzioni e credibilità nel mondo virtuale.

Nonostante tutto, Facebook mi piace e non mi riconosco in nessuna di queste categorie.

Il business dei laureati precoci

I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l’università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l’accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell’Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Un «dottore» su 14.

Ancora: stando al rapporto 2007 sull’università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, il 46% di questi ‘precoci ha preso nel 2006 l’alloro in due soli atenei.

Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme.

Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚?

Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell’ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c’è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l’Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D’Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall’ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un’omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers…), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell’anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all’ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà.

Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l’Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell’amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto.

Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d’esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un’innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all’italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l’autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l’offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un’associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c’è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d’oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell’argine eretto dal predecessore della Gelmini, c’è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall’anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l’Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell’ambito dell’anno accademico 2006-2007».

Quanti studenti hanno preso la laurea triennale nell’ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l’università telematica legata al Formez, l’ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%.

Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l’unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all’Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l’altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c’era lei l’altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po’ troppo. O no?

fonte: Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella su corriere.it

Smentite di dittatura

Berlusconi, due giorni fa, in stile Putin: “Voglio fare un ‘avviso ai naviganti’: non permetterò occupazioni delle scuole e delle università, perché questa è una violenza“.

E annuncia la linea dura contro l’occupazione e la convocazione del ministro Maroni (ironia della sorte, condannato a 4 mesi e 20 giorni per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale) per dargli ”istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che questo possa succedere”.

Il giorno dopo, la solita smentita: ”Mai detto di mandare polizia. C’è un divorzio tra l’informazione e la realtà”.

Da ‘Anno Zero’, Veltroni: “Non credo che in un altro paese occidentale sia possibile assistere a questo teatrino. Il presidente del Consiglio ha fatto ieri una cosa cosi’ minacciosa con questo ‘avviso ai naviganti’ corredato dal richiamo ai direttori di giornali. Poi stasera ha smentito queste parole. Sono contento per la smentita del presidente del Consiglio“.

Che ha detto veramente Silviolo? Guardate pure il video.

Intanto, speriamo che non venga applicata la ‘cura Bolzaneto’.

Il nostro premier, imputato di svariati processi in passato (per il futuro non si sa, dato che si sta cucendo addosso delle leggi per evitarli) si erge, sempre nel suo personalissimo modo, a paladino della legalità; la spara forte, poi capisce di aver esagerato e dice che i giornalisti gli remano contro.

Abbiamo cominciato con i soldati nelle città (mentre le forze di polizia vengono depauperate), proseguito con le leggi fatte dal governo attraverso i decreti (ai quali dovrebbe ricorrersi solo in caso di urgenza), scavalcando il Parlamento, e ora si vorrebbe che la forza pubblica reprima le fin qui civili proteste di studenti ed insegnanti.

A me sembra sempre più una dittatura.

(vignette di Sergio Staino)

Vauro da Annozero del 16-10-2008

Quando delle vignette illustrano la situazione meglio di tante parole.

Il ‘liberismo’ di Berlusconi

Si è sempre professato liberale, un uomo che si è fatto da solo; ha sempre visto come fumo negli occhi lo Stato “oppressore” che ostacola l’iniziativa economica. Ma adesso, Silviolo parla di aiuti di Stato alle industrie italiane come «imperativo categorico».

Il suo reale pensiero si erà già intuito con il caso Alitalia: mister B. ha fatto scappare AirFrance e favorito l’acquisto da parte della cordata di ‘capitani coraggiosi’ (si fa per dire) nostrani, promettendogli in cambio di stralciare dall’azienda tutti i debiti: infatti, la ‘bad company’  se l’è accollata lo Stato, cioè tutti noi. E non dimentichiamo il “prestito ponte” da 300 milioni di euro che ha trasformato in finanziamento a fondo perduto, con l’Europa che chiede ancora spiegazioni.

Ora, in piena crisi finanziaria, Berlusconi da un lato dice di stare tranquilli, chè il nostro sistema è solido, dall’altro dice che «non c’è da scandalizzarsi se le nostre imprese verranno aiutate, ove necessario, anche se non so ancora come». Gli aiuti di Stato prima erano un «peccato» , ora diventano un «imperativo categorico»,

Eppure nel 2002, in piena crisi della Fiat, l’allora sempre premier Berlusconi, ebbe un atteggiamento completamente diverso nei confronti dell’industria in crisi.

Di questo mutamento di pensiero se ne sono accorti anche all’estero: nell’articolo “Berlusconi enjoys state aid“, il britannico Financial Times, dedica una lunga analisi al neostatalismo Berlusconi. 

Scrive Guy Dimore, corrispondente da Roma:  «Le banche e i mercati sono nei guai ma la crisi sta beneficiando Silvio Berlusconi il cui trattamento in alcune parti dei media sta raggiungendo livelli nordcoreani mentre il suo governo sembra godere di un’autorità che non si è vista per decenni. Gli italiani stanno celebrando il ruolo dello Stato salvatore. A dispetto della sua immagine di imprenditore liberale, Silvio Berlusconi, è ora dove si sente più a suo agio, alla guida di mercati e settori chiave attraverso lo Stato, con Alitalia come esempio più lampante. La compagnia in perdita è stata affidata ad un gruppo di imprenditori italiani escludendo un compratore straniero, cambiando le leggi anti-monopolio e presentando un conto di miliardi di euro ai contribuenti italiani. Mentre le banche, soprattutto straniere, sono andate fallendo attorno a lui Silvio Berlusconi ha coltivato un’immagine di calma e controllo, anche andando in un centro benessere in Umbria e dispensando consigli sulle azioni da acquistare».

Il solito imbonitore.

Foto varie

Una storia finita male

Bassa marea

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