E il cinepattone diventa film di pregio artistico

Leggevo questo editoriale di Travaglio e subito mi son venute in mente le invettive di Brunetta contro i finanziamenti pubblici ai film di registri ‘intellettuali di sinistra’, con annesso invito al ministro (!!) della cultura Bondi a ‘chiudere i rubinetti’…

Il guaio è che a raccontare quest’Italia ridicola agli italiani sono (siamo) i giornalisti italiani, troppo immersi in quest’Italia ridicola per riuscire ad accorgersi (ci) di quanto è ridicola. Non è un caso se, a notarlo, sono quelli stranieri i quali, oltre a non dipendere da Berlusconi, hanno pure il vantaggio di non essere italiani. Dunque guardano l’Italia con qualche palmo di distacco. Perciò considerano Mr B. una via di mezzo fra un caso comico e un caso clinico.

Ora ferve il dibattito sul cinepanettone “Natale a Beverly Hills”, finanziato dal ministero della Cultura per il suo particolare pregio artistico, anzi “d’essai”. Infatti narra le gesta di Aliprando Delle Fregna e di Rocco Passera in un sottile gioco di chiaroscuri, di dire-non dire. E tutti a scandalizzarsi per i fondi pubblici, anziché per la faccia del ministro che li eroga. Ma l’avete presente Bondi? È quello che si crede un poeta, avendo sciolto un carme a Fabrizio Cicchitto e per restare in tema, sull’ultimo numero di Vanity Fair, un’ode a Grispi e Casper, i suoi due cani: “Vi accontentate di sbadate carezze / I vostri occhi pregano per noi”. Da pelle d’oca.

Imbarazzato lui stesso per i contributi ministeriali Christian De Sica rilascia una pensosa intervista al Corriere (ormai specializzato nel genere: Pigi Battista ha appena intervistato Checco Zalone, forse per non dover parlare del segreto di Stato sugli spionaggi illegali del Sismi). E lì si avventura in blasfemi paragoni con i film di suo padre e in spericolate analisi sociologiche sul cinepanettone “specchio dell’Italia di oggi”. L’Italia di oggi, per quanto malmessa, è molto meglio di quella che esce dai film di De Sica. Ma chi corre a vederli lo fa con lo stesso spirito con cui guarda il Grande Fratello e assiste ai dibattiti in Parlamento e a Porta a Porta: per consolarsi alla vista di qualcuno peggiore di lui.

Ora si lavora alacremente alla sceneggiatura del prossimo cinepanettone, “Natale ad Arcor Hills”, che andrà in onda a schermi e teleschermi unificati.

Scena I, interno notte: un anziano latrin lover brianzolo con testa bitumata e accappatoio bianco si fa recapitare a domicilio ponti aerei di escort, veline, meteorine e aspiranti soubrettes minorenni che lo chiamano Papi, ricompensate con farfalline d’oro tempestate di brillanti, ministeri, seggi parlamentari e candidature alle elezioni europee e comunali.

Scena II: l’attempato gagà intona l’inno del suo partito, “Meno male che Silvio c’è”, accompagnato alla chitarra da Apicella, poi allieta la compagnia con vari lungometraggi sui suoi colloqui con l’amico Bush e l’amico Putin, tentando poi di finirla con alcune storielle sconce già scartate da Neri Parenti perché troppo volgari e da Alvaro Vitali perché troppo vecchie.

Scena III: le rare fanciulle sopravvissute al cineforum con barzelletta vengono ammesse all’esclusiva visita guidata nei bagni presidenziali e/o nel lettone di Putin.

Scena IV: il pover’ uomo, giudicato molto malato anche dalla moglie Veronica, dall’ex presidente Ciampi e da plotoni di psichiatri, incontra in piazza Duomo un collega psicolabile che lo centra con un souvenir. Il classico regolamento di conti.

Scena V: l’infermo, amorevolmente assistito dalla badante Bonaiuti al capezzale del San Raffaele e poi di villa San Martino, inizia a molestare telefonicamente le massime autorità civili, militari e religiose, compresi il capo dello Stato, il Pontefice e don Pierino Gelmini, a sua volta imputato per molestie su una decina di ragazzini e scaricato persino dal Vaticano. In quella sede, la più indicata, il nonnetto incerottato inizia a parlare come Cicciolina e lancia il Partito dell’Amore.

Scena VI: anziché chiamargli un’ambulanza, la stampa al seguito e il Pd lo prendono sul serio e lo scambiano per un padre costituente. Nasce la Grande Riforma.

The end.

via | Il panettone delle libertà (di M. Travaglio)

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Intervallo musicale: All American Rejects, Keane, Kaiser Chiefs, Stereophonics

 

Splayer, lettore multimediale gratuito e leggero

Splayer, è un lettore multimediale gratuito ed open source per Windows che rappresenta un giusto compromesso tra i due leader del settore: bello da vedersi come Windows Media Player e versatile come VideoLan Client.

ss-main[1]

Il programma è dotato di alcune funzionalità che gli permettono di ridurre i disturbi video, migliorare la qualità dell’audio ed ottimizzare l’utilizzo della GPU.

Supporta tutti i maggiori formati di file audio e video ed è capace di riprodurre correttamente la maggior parte dei flussi video in streaming.

Esiste anche una versione ‘portable’ del programma, quindi utilizzabile senza alcuna installazione.

fonte: Geekissimo

Il calendario più piccolo del mondo

Dovrebbe essere il calendario tipografico più piccolo al mondo! 5.5 x 8.5 centimetri.

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Il suo utilizzo è semplice:
1) scegli il giorno che ti interessa (es.19)
2) traccia col dito una linea dal giorno scelto fino al mese che ti interessa (es. Marzo)
Ecco fatto! In due semplici passaggi hai scoperto di che giorno verrà il 19 Marzo: venerdì!

La differenza di colore dei mesi serve a ricordarne la lunghezza: nell’esempio i mesi in verde sono di 31 giorni, quelli arancione di 30 giorni e nel 2010 febbraio (rosa) sarà di 28 giorni.

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Chiunque può scaricare e stampare tutte le copie che desidera, purché ciò sia fatto per uso personale.

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fonte: Grafish Design

Ricorso Multe al Giudice di Pace: da Gennaio 2010 sarà a pagamento

Novità nella Finanziaria del Governo che ‘non mette le mani nelle tasche degli italiani’.

Dopo l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa e delle imposte di successioni, indistintamente, per tutti, dopo gli ennesimi condoni (scudo fiscale e suo prolungamento) ed altre cosette varie, ecco cos’altro ci attende.

20091218_multe[1] Avete ricevuto una multa ingiusta e volete ricorrere al giudice di pace? Dal 1° gennaio dovrete pagare. Se fino ad oggi la pratica era gratuita, dal 2010 costerà dai 38 euro in su. Lo prevede la Finanziaria. Così, se l’auto in divieto di sosta non era la vostra e il comune vuole da voi 48 euro, dovrete sborsarne quasi altrettanti per evitare la sanzione. Ed è probabile che vi passi la voglia di fare il ricorso. Comma 6 bis della Legge Finanziaria 2010, approvata ieri dalla Camera: il pagamento del contributo unificato introdotto dalla legge 115/2002 viene esteso alle cause in materia di lavoro, famiglia e sanzioni amministrative. Ciò significa che per opporre dinanzi al giudice di pace una multa per violazione del Codice della Strada, il cui importo medio è di circa 70, il ricorrente deve versare il contributo unificato minimo di 30 e la marca da 8 per il rimborso forfettario dei diritti di cancelleria: in tutto 38 per risparmiarne 70. Senza contare che tra le violazioni più diffuse protagoniste di multe “pazze” figura il parcheggio in divieto di sosta, la cui sanzione è di 48 euro. Due gli obiettivi della manovra: 1) recuperare in parte le spese che ogni ricorso comporta; 2) scoraggiare i potenziali ricorrenti e arginare i contenziosi: quelli registrati nel 2009 al solo giudice di pace di Roma sono stati più di 40mila. Ma non mancano gli effetti collaterali. In base all’articolo 203 del Codice, contro i verbali si può fare ricorso anche dinanzi al Prefetto, e senza pagare. E’ facile ipotizzare, dunque, che i ricorsi non diminuiranno, ma il flusso si sposterà dai giudici ai Prefetti, con la prevedibile conseguenza di mandare in tilt questi ultimi. Ancora: poiché, in base alla legge 689/81, contro i verbali si può ricorrere senza l’ausilio di un avvocato, chi agisce in prima persona non potrà richiedere il rimborso delle spese perché non iscritto all’albo forense. L’accoglimento del ricorso sarebbe allora una vittoria di Pirro: il cittadino verserà 38 per non pagare una multa ingiusta e non potrà nemmeno farseli dare indietro. «L’aumento delle spese di accesso alla giustizia – spiega l’avvocato romano Giuseppe Lorè, esperto in materia – comporta una contrazione del diritto alla difesa». Perché in molti, pur avendo ragione, non riterranno conveniente fare ricorso. La norma non piace nemmeno ai Giudici di pace, che ieri sono scesi in piazza a Roma: la legge, dicono, «non fa altro che appesantire i costi per il cittadino».

Marco Pasciuti

Per il governo è cultura il cinepanettone

“Natale a Beverly Hills” è un film di interesse culturale: il cinepanettone di Neri Parenti che sta invadendo le nostre sale natalizie è stato riconosciuto – dalla Commissione cinema del ministero con delibera dello scorso 4 dicembre – film di «interesse culturale».

Decisione da confermare, dopo la «visione della copia campione del film».

Se la commissione preposta all’erogazione dei finanziamenti pubblici al nostro cinema, confermerà tale decisione, la «gastroenterica» commedia della Filmauro di De Laurentiis potrà accedere non a contributi in denaro, ma a tutta una serie di agevolazioni, create per sostenere il cinema di qualità. Per esempio sgravi fiscali (tax credit), il riconoscimento di film d’essai, la possibilità per il distributore di accedere ad un fondo – questo sì in denaro – in relazione agli incassi.
«Si tratta di un precedente di una gravità estrema», dice Citto Maselli dell’Anac, la storica Associazione degli autori. «In questo modo, infatti, si permette ad un film, di legittimo e straordinario valore commerciale, di accedere a quei circuiti riservati, invece, ai film italiani ed europei di qualità che soffrono di una visibilità limitata». [
Lo sanno bene quegli esercenti eroici, resistenti alle lusinghe del cinema commerciale, che si battono per tenere aperte le loro piccole sale di provincia, programmando, appunto, cinema di qualità. Come Arrigo Tumelleri, per esempio, proprietario del Cinema Verdi di Candelo, paesino di 8mila anime in provincia di Biella, «sgomento» alla notizia del riconoscimento di «film culturale» per Natale a Beverly Hills. «Posso capire – dice – che un tale “bollino” sia dato, magari, ad una commedia d’esordio di Ficarra e Picone. Ma un film di Neri Parenti che incassa milioni perché dovrebbe ottenere certe agevolazioni?».
Nell’Italia del «ciarpame culturale», insomma può capitare anche questo. Come pure che, il «bollino doc» del ministero, venga rifiutato – è accaduto nella stessa sessione del 4 dicembre – ad un film che di «culturale» avrebbe tutti i crismi: Morire di soap di Antonietta De Lillo, la regista del pluripremiato Il resto di niente che qui propone una riflessione sul contemporaneo, stravolto dal soffocante potere televisivo. Troppo «culturale», evidentemente per i nostri tempi. Meglio le Winx che, infatti, hanno ottenuto il riconoscimento del ministero.
Ma alla base di certe scelte, diciamo così, surreali, c’è soprattutto un meccanismo di legge, per accedere ai finanziamenti pubblici, che fa acqua. Stiamo parlando, infatti, del «reference system» che fu introdotto, ai tempi, dal ministro Urbani. Per ottenere l’accesso ai fondi pubblici, infatti, bisogna avere già in tasca degli ottimi «voti». Tipo: premi, cast famoso, buoni incassi. Se la «pagella» vale si è idonei per accedere al denaro pubblico, che può essere anche il riconoscimento di interesse culturale, appunto, con o senza denari. In questo modo, va da sè, che un certo cinema meno allineato sulla «medietà» italiana ha più difficoltà. Ricordiamo, anni fa quando, parlando appunto di «reference system», suscitammo le ire del ministro Urbani chiedendo: ma non si richiesca in questo modo che il denaro pubblico, invece di aiutare il cinema d’autore, vada a finanziare i cinepanettoni? Ebbene ci siamo arrivati.

Il prossimo passo sarà Il Grande fratello sotto l’alto patrocinio del Capo dello Stato.

Gabriella Gallozzi

Ricordo Brunetta che esortava Bondi (ministro della cultura, sic!) a ‘chiudere i rubinetti’, le sovvenzioni, a spettacoli teatrali e cinema con l’accusa che sono egemonizzati dalla sinistra. Ora sì che abbiamo fatto un passo avanti.

Milena Gabanelli: «Io, pendolare e i ritardi del Frecciarossa»

La denuncia del Corriere («Se i pendolari che protestano hanno ragione») ha messo in evidenza il disagio di migliaia di viaggiatori alle prese con ritardi e disservizi dovuti ai nuovi orari dei treni e alla soppressione di alcune fermate intermedie. Molte le proteste, come abbiamo documentato, anche per i ritardi dei treni ad Alta velocità e sulle nuove regole dei rimborsi. E centinaia le mail dei lettori. Questo è il diario di viaggio di Milena Gabanelli (foto), conduttrice di Report, pendolare sulla navetta Bologna-Roma.

FRECCIA_b1[1] Mercoledì 16 dicembre: parto da Bolo­gna alle 8.47, arrivo previsto a Roma, 10.55. Tempo bello, cielo terso. L’impiega­to del Club Eurostar mi consegna il bigliet­to con una punta di orgoglio: «Ce l’abbia­mo fatta, adesso si va a Roma in due ore!». Per una pendolare fissa come me è una bella notizia. Il treno arriva con 10 minuti di ritardo, a Firenze ne ha già accumulati altri 20. Mi sie­do nel salottino vuoto perché devo fare mol­te telefonate e non voglio disturbare. Quan­do passa il controllore allungo i 10 euro di supplemento. «Da una settimana sono 20 euro» mi dice. Anche se me li rimborsa la Rai, 20 euro per un treno in ritardo non glie­li do; mi alzo e torno a sedermi al mio posto sulla carrozza 3. Arrivo a Termini con 35 minuti di ritar­do. Mi infilo al Club Eurostar per chiedere il rimborso. Una signora guarda il biglietto e dice: «Ripassi fra 20 giorni, perché deve essere lavorato». Lavorato? «Si», dice «adesso c’è tutta un’altra procedura». Imbufalita vado a prendere il taxi.
Due giorni dopo sono di nuovo lì, in anticipo sulla partenza e con il tempo a disposizione per capire meglio questa storia del rimborso. Tre persone in fila e un solo sportello aperto. Dal nulla compare una mastina che sbarra la strada a quei pochi passeggeri che varcano la porta automatica del club, e gli chiede di esibire la tessera associativa. A lei domando informazioni sul bonus, ma non sa nulla, è lì solo per impedire l’ingresso agli abusivi. Quando è il mio turno l’impiegata mi dice che, dal 13 dicembre, con 35 minuti di ritardo non si ha più diritto al 50% di rimborso, «sta scritto nel regolamento europeo al quale abbiamo dovuto adeguarci» e mi allunga un malloppo di 40 pagine. Lo sfoglio, trovo il riferimento al rimbor­so in caso di ritardi, ma non ci sono indica­zioni specifiche. Mi indigno, arriva un’altra impiegata, guarda anche lei, e poi scompa­re dentro un ufficio a consultare internet. Alla fine il mio treno parte e ne so come pri­ma. Le carrozze sono piene, ma i salottini viaggiano vuoti. Chiacchiero con il capotreno che mi dice «è stato fatto un gran can can per andare sui giornali e in televisione a dire che si accor­ciano i tempi, ma la Firenze Bologna non si riesce a fare in mezz’ora, in pratica ci vuole ancora lo stesso tempo di prima e il rimbor­so del 50% del biglietto te lo danno solo con 2 ore di ritardo». E in effetti quando scendo a Bologna il tempo di percorrenza è sempre di 2 ore e 40. Il capotreno mi saluta e sussur­ra «i 37 chilometri di tunnel, sa, sono un problema». Quel tunnel lo percorrerò tutte le settimane, penso, mentre vado verso casa con in mano un gianduiotto gentilmente of­ferto dal personale di bordo, è in carta argen­tata con scritto «frecciarossa».
Epilogo: le ferrovie spagnole rimborsa­no il 50% del biglietto AV per ritardi supe­riori ai 15 minuti e il 100% sopra i 30 minu­ti. Francia e Germania il 25% dai 60 ai 119 minuti, il 50% se si superano le due ore. Quindi Trenitalia si è adeguata alle condi­zioni dei due paesi europei noti per la pun­tualità dei loro treni. Poco puntuale è inve­ce anche il sito di Trenitalia dove nell’area clienti, all’indice «bonus previsti» trovi scritto: «Se il treno AV, AV Fast, ES su cui si viaggia porta più di 25 minuti di ritardo hai diritto al 50% del prezzo pagato». Buon Natale, ingegner Moretti.

Milena Gabanelli
20 dicembre 2009

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