La multifunzionalità è un rischio?

Le tecnologie evolvono probabilmente più in fretta di quanto i nostri cervelli riescano ad adattarsi. Mica saremo attratti da fasci di informazione che superano le nostre risorse mentali? Uno dei primi atti d’accusa è arrivato nel 2008 con un saggio di Nicholas Carr in The Atlantic (dal titolo «Google ci rende stupidi?»). Di recente però anche alcune ricerche sperimentali confermano i sospetti. A Stanford per esempio c’è un laboratorio dedicato alla comunicazione «fra gli umani e i media interattivi», che ha condotto un test su cento studenti divisi in due gruppi: i multifunzionali e i non-multifunzionali.

Nel primo esperimento, ai due gruppi sono stati mostrati per due istanti consecutivi due rettangoli rossi circondati da due, quattro o sei rettangoli blu. A tutti è stato chiesto di ignorare le figure blu e indicare se le figure rosse avessero cambiato posizione. I non-multifunzionali hanno risposto correttamente, i multifunzionali sono naufragati. Non riuscivano a disinteressarsi di ciò che sapevano essere irrilevante. Il problema è che in test successivi si sono dimostrati meno bravi anche in attività alle quali in teoria uno smartphone dovrebbe addestrare: ricordare sequenze di lettere, o far passare l’attenzione da una cosa all’altra. Quando ai multifunzionali sono stati mostrate insieme cifre e lettere, non sono riusciti a ricordare se avessero visto vocali o consonanti, numeri pari o dispari (i non-multifunzionali invece sì). I neurologi francesi Sylvain Charron e Etienne Koechlin hanno rilevato con la risonanza magnetica che chi svolge due attività simultanee le distribuisce nei due lobi della corteccia frontale. Ma dalla terza in poi la performance crolla, perché lo spazio cerebrale sembra esaurito. E uno studio dell’Università della California, a San Francisco, mostra come l’uso eccessivo degli smartphone privi la mente delle micro-fasi di riposo necessarie alla memoria e alla creatività.

«Chi fa molto multitasking tende a distrarsi, la sola cosa che sa fare meglio è guidare mentre parla al telefono» nota Eyal Ophir, il ricercatore che nel 2009 ha guidato i test di Stanford (ora lavora a RockMelt, una start up che sviluppa un browser). Pietro Scott Jovane di Microsoft Italia, non concorda: «Se davvero fosse così, i risultati scolastici dei giovani d’oggi dovrebbero essere peggiori che nelle generazioni precedenti. E non mi risulta».

Ma più che una verità scomoda, la trappola del multitasking per i colossi dell’elettronica sembra il prossimo business: vincerà chi propone il gadget che seleziona meglio le funzioni desiderate volta per volta. Nel frattempo anche Caleigh Gray di Dallas ha qualcosa da dire: ha due anni e mezzo e soffre di una paralisi cerebrale che non le permette di dire neanche un sì o un no. Ma, secondo il Wall Street Journal, ora che ha un iPad per la prima volta in vita sua riesce finalmente a comunicare.

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