Nepotismo imperante

La storia raccontata qualche giorno fa, su corriere.it, del concorso da ricercatore a Messina, «Un posto, un solo candidato: il figlio del professore», ha scatenato numerose reazioni.

Tantissime email sono giunte alla redazione del giornale: molti sono arrabbiati, in tanti si vergognano di far parte di questo sistema; altri vogliono scappare. Ma soprattutto in tanti accusano con tanto di nome e cognome. In attesa di verificare per poi raccontare tutte queste storie, ecco alcuni passaggi degli interventi più significativi.

C’è chi ci chiede di rispettare il desiderio di non essere mai menzionato e rimanere nell’anonimato.

E poi racconta cosa succede nella facoltà di Medicina di Messina. Marco invece denuncia gli intrighi nella facoltà di Economia alla Sapienza di Roma: «Il nepotismo nella facoltà di Economia, se consultate l’organico, è all’ordine del giorno: ci si rende subito conto che emerge una composizione fatta di un quadro di famiglie allargate nell’ambito di uno stesso dipartimento o comunque all’interno della stessa facoltà. E giù l’elenco di nomi e cognomi e uno in particolare: «Questo strapotere ha lasciato gli altri docenti allibiti».

Un altro lettore denuncia i casi alla facoltà di Chimica alla Sapienza di Roma: «Il ricercatore che ha vinto il posto si è laureato, ha effettuato il dottorato di ricerca ed ora è ricercatore nel gruppo di ricerca dello stesso professore che lo ha esaminato. La commissione era composta da due membri “esterni” che in realtà collaboravano con il professore presidente di commissione ormai da anni. Da notare che candidati molto più qualificati (almeno sulla carta) si sono stranamente ritirati prima dell’inizio delle prove». Un altro. Sebastiano ha studiato a Palermo: «Andate a vedere quanti figli e nipoti di professori sono guarda caso dei geni incompresi, anzi compresi solo da commissioni amiche. Molti di questi non sono neanche in grado di parlare un corretto italiano». E via all’elenco di nomi. DaFirenze ci scrive Lorenzo:«Le manfrine padre-figlio sono le più vergognose, ma ogni presidente/membro di commissione per concorsi per ricercatore o professore ha SEMPRE un candidato da far vincere.

Accadde qualcosa di simile qualche anno fa a chimica a Firenze». E ci dice in quale stanza e in quale facoltà dobbiamo andare ad indagare. Massimo ci invita anche lui a rintracciare le «parentele incrociate», per esempio, tra i docenti e ricercatori della facoltà di Giurisprudenza, ancora una volta, a Messina.

Martina laureata in lettere moderne a Padova: «Sì, la facoltà di Padova, quella che di mogli, mariti, figli e cognati ha i dipartimenti zeppi. E io sono una ex aspirante ricercatrice, disillusa, impiegata, prima laureata in famiglia, orgoglio dei suoi nonni che hanno fatto solo le elementari. E orgogliosa dei suoi nonni che le hanno insegnato, più di tutti i professori, il valore dell’istruzione». Salvatore, invece, voce fuori dal coro, non vuole che si parli sempre e solo di Messina: «Per esempio, perché non parlate mai dell’università di Reggio Calabria dove la facoltà di Giurisprudenza è stata creata solo dieci anni or sono (inutile doppione di quella storica di Messina, a soli 4 km di aliscafo) per sistemare figli di professori della medesima facoltà?».

Claudio è rimasto senza parole: «Anzi ne ho solo due: mi vergogno. Un paese in cui può accadere questo e non reagisce è allo sbando. Come dottorando, figlio di un operaio del nordest, ho solo un grande senso di tristezza. Spero che il ministro legga l’intervista e che faccia qualcosa di concreto e non delle riforme che mettono tutti dentro la stessa pentola senza distinzioni». C’è chi invita tutti ad andarcene dall’Italia: «Chi veramente vale e vuole bene al proprio paese prenda il passaporto e voli lontano!». E poi, c’è chi cita un suo professore americano, di nazionalità anche italiana, che si domandava quale fosse il livello della ricerca che si fa in Italia: «Si potrebbe chiedere a Piero Angela perché acquisti i documentari dal National Geografic». Infine Andrea: «È una vergogna che paghiamo tutti e che pagheranno i nostri figli ancora di più».

«I figli dei docenti sono più bravi perché hanno una “forma mentis” che si crea nell’ambito familiare». Questa frase del professor Giuseppe Nicòtina ha scatenato sarcasmo e arrabbiature. Franco da Messina torna sull’infelice espressione “forma mentis”: «Ma allora come si spiega , se il figlio è una risorsa, che la città in tutti i comparti socio economici è ultima o fra le ultime Italia pur essendo la 13esima città per numero di abitanti? Antonino vuole che questa battaglia prosegua al fine di portare un po’ di «Giustizia» almeno nel campo dell’Istruzione: «I figli di Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Copernico, Euclide, Pitagora non hanno avuto lo stesso potere intellettuale dei padri, ciò a dimostrazione che nella scienza, nell’arte e nel progresso tecnologico e industriale, occorrono dei geni», non dei raccomandati.

Marco da Siena è inviperito: «Questo professore, dopo l’affermazione secondo cui i figli dei professori sono più bravi perché… andrebbe preso a calci. Ma perché gli studenti, invece di manifestare senza un perché non protestano contro questi personaggi che si permettono frasi non solo vergognose ma anche razziste?». Paolo da Padova usa il sarcasmo: «E’ triste constatare che pur raggiungendo lo scopo questi signori non riescono neanche a difendere degnamente i propri figli. Forse più che di “forma mentis”, dovremmo parlare di forma “de-mentis”». Un altro rincara: «Stranamente l’unico intelligente capace e con le publicazioni era il figlio di un prof che forse le publicazioni non le ha neanche scritte lui ma gliele hanno scritte o magari ha fatto un collage da lavori di altri che si sono rotti le ossa».

Ma fuori dal Belpaese lo scoramento si sente ancora di più.

Franco fa il professore d’italiano in Brasile, a 200 km da Fortaleza, la zona più povera di quell’immenso paese: «Le devo dire che qui, nel “tercero mundo”, dove l’analfabetismo raggiunge il 48%, e l’impronta del pollice ha valore legale nei documenti, non accadono cose come quelle tristemente narrate da voi. Mi vergogno di essere italiano». Pietro dal Canada è pessimista: «Le cose funzionavano come a Messina anche 20 anni fa nelle università del nord. Non solo: anche nei concorsi pubblici (negli ospedali certamente) per tutte le posizioni, apicali e non, non cambierà mai, altrimenti non sarei qui come tanti altri colleghi che in Canada o negli Usa sono stati valutati in base ai meriti. Ma l’Italia ci manca. Ci manca eccome. E la speranza sarà l’ultima a morire».

Valentino da Londra: «In Italia non avevo futuro accademico perché il dottorato lo si vince se si è “allievo di” o ‘”figlio di” e poi a cosa serve? Per far lavoro di segretaria, far fotocopie, spostare scaffali e ricevere gli studenti». La conclusione ad una mail spedita dalla Svezia: «Non so se ho voglia di mettermi a ridere oppure a piangere. Sono medico plurispecialista e sono andato via dall´Italia 11 anni fa perché non essendo figlio di “prof” ovviamente non avevo speranze. L´università è stata regalata da tutti i politici ai loro amici i quali hanno solo pensato di usare l´università per fare soldi e poi come ufficio di collocamento per i figli e nipoti».

Nino Luca su Corriere.it

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