Bici in città e pale eoliche: così si vince la sfida verde

A Brema, a differenza che a Roma o Milano, sanno che se togli le auto e non vuoi che la città si fermi devi offrire qualcosa in cambio. Tipo più mezzi pubblici, più piste ciclabili, più car sharing. Una politica a tre punte che nel 2008 ha fatto registrare, per la prima volta, un’inversione di tendenza: il numero delle macchine ha cominciato a diminuire (-1,6%) nonostante un lieve aumento della popolazione (+0,2%). Ma il vero vincitore, in questa guerra di spostamenti decimali, è stato il trasporto pubblico che ha segnato una crescita del 3,6%. È uno dei casi di eccellenza raccontati in "La corsa della green economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo" di Antonio Cianciullo e Gianni Silvestrini (Edizioni Ambiente, 201 pag., 14 euro). Il libro, scritto dall’inviato di Repubblica assieme a un ricercatore del Cnr, fa una vasta rassegna internazionale di come la corsa all’innovazione ecologica sta cambiando sia i connotati delle città più avvertite che quelli di molte aziende. C’è l’ennesima conferma della civiltà scandinava, con il primato di Stoccolma dove una fermata di trasporto pubblico non è mai più lontana di trecento passi. Come se non bastasse, se il tram non passa entro venti minuti, il passeggero mancato ha diritto a prendere il taxi gratis. Quando si dice trattare il cittadino come un cliente.
Oppure la scoperta del record di Friburgo, dove ci sono più biciclette che abitanti e sulle strade vige la regola dei terzi: un terzo alle bici, un terzo ai mezzi pubblici e un terzo alle auto. Qualità della vita a parte, la rassegna si occupa anche della qualità del capitalismo. L’americana Firstenergy, per dire, invece di investire 380 milioni di dollari in una centrale a carbone esistente ha preferito metterne 200 milioni su un impianto a biomassa. Tra il passato remoto e il futuro prossimo non ha avuto dubbi su dove puntare. Lo stesso non si può dire dell’Italia, con il suo discusso ritorno al nucleare.

"Una scommessa azzardata anche sul piano economico" la definisce Maurizio Ricci, giornalista di lungo corso a Repubblica, nel suo "Atlante ragionato delle fonti di energia rinnovabili e non" (Muzzio editore, 176 pag., 19 euro). Una serie di illuminanti reportage alle radici dell’energia. Da quello che rimane dei super-pozzi di petrolio, dall’Arabia Saudita allo Yucatan, a quello che sarà delle promesse più pubblicizzate, dall’idrogeno alle biomasse. "Da una parte ci sono gli alti costi" spiega Ricci, che ha visitato le centrali atomiche più moderne del mondo, "dall’altra resta il fattore sicurezza. Il rischio che qualcosa vada storto è basso ma in quel caso i danni sarebbero altissimi e, per definizione, mondiali, che non si fermano alle frontiere. Tantopiù che non esiste ancora un vero organismo di controllo internazionale: perché l’Aiea intervenga deve essere invitata da un governo". Alternative verosimili, non buone solo per il libro dei sogni del buon ecologista? "Intanto bisogna puntare sull’efficacia della rete. Perché è vero che né il sole né il vento, in un determinato luogo, ci sono sempre ma è anche vero che da qualche altra parte, in quel momento, splenderà e soffierà. Il trucco, quindi, è fare una rete abbastanza vasta e intelligente per prendere l’energia da dov’è e distribuirla dove serve, in un flusso il più possibile costante. È quello, ad esempio, che fa il progetto Desertec che vuole far arrivare l’energia prodotta in Africa in Europa". Se c’è una cosa che non lo convince, tra le applicazione rinnovabili più reclamizzate, è l’auto a idrogeno. "Perché prendere elettricità per creare idrogeno da cui estrarre elettricità?", si chiede uno degli esperti che ha intervistato. "Con 100 chilowattora di elettricità un’auto elettrica fa 120 chilometri, una a idrogeno 40". Insomma, meglio evitare giri inutili per costosissime fuel cells e attaccarsi direttamente alla corrente.
Nel frattempo i Paesi più orientati al futuro preparano ambiziosi cambi di guardia. Entro dieci anni, ora è il libro di Cianciullo la fonte, le fonti rinnovabili in Germania supereranno il settore automobilistico quanto a fatturato. E nel mondo gli impianti eolici creati nel 2009 hanno prodotto più energia delle centrali atomiche installate negli ultimi cinque anni. Risultati che non arrivano per caso. Nei pacchetti di stimolo per rivitalizzare l’economia c’è chi ha preso la quota verde sul serio e chi no. In Cina hanno investito il 37,8% in quel settore. In Germania il 13,2. In Italia l’1,3. Se ci impegniamo un decimo, poi non possiamo pretendere chissà che.

via | Repubblica.it

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Fisco, metà degli italiani dichiara meno di 15mila euro

La metà degli italiani dichiara al fisco un reddito annuo non superiore a 15mila euro. Secondo il dipartimento delle finanze del ministero dell’Economia (che ha reso pubbliche le prime statistiche sulle dichiarazioni Irpef presentate nel 2009, relative al periodo d’imposta 2008), "circa la metà dei contribuenti dichiara non oltre 15mila euro annui e circa due terzi non più di 20mila euro". Meno dell’1% dei dichiaranti, 418 mila su 41,8 milioni, supera i 100mila euro, pagando il 18% del totale dell’imposta. Il 52% è pagato invece dal 13% dei contribuenti con redditi oltre i 35mila euro.

Lombardia al top. Il reddito medio degli italiani è di 18.873 euro, per un’imposta netta media di 4.700 euro. Su base regionale, la Lombardia conferma il primato per il reddito complessivo medio più alto (pari a 22.540 euro). All’estremo opposto troviamo la Calabria con 13.470 euro. In relazione all’imposta netta, invece, il valore medio maggiore è quello del Lazio (5.740 euro), il minore quello della Basilicata (3.370 euro).

Meno partite Iva. Cala il popolo delle partite Iva. L’introduzione del regime dei contribuenti minimi ha comportato un calo del numero delle dichiarazioni Iva in raffronto al 2007 (-7,7%, pari a 5,259 milioni): di queste, il 60,7% proviene da persone fisiche, il resto da società ed enti. Tuttavia il volume d’affari totale mostra un leggero aumento +0,6% (3.390 miliardi euro), mentre l’Iva di competenza cala dell’1,5% (78,675 miliardi euro). La distribuzione per natura giuridica, conferma che le società di capitali, pur rappresentando solo un quinto dei contribuenti, dichiarano l’83% del volume d’affari e il 74% dell’imposta. L’analisi settoriale denota il primato del settore del commercio per numero di contribuenti (25%) e imposta dichiarata (34,8%), mentre il settore manifatturiero primeggia per volume d’affari (30,4%).

via | Repubblica.it

Appello dei docenti universitari contro il nucleare

nucleare

A chi preferite credere, ai politici o agli scienziati? Un gruppo di docenti universitari e ricercatori ha pubblicato l’appello “Perché l’Italia non deve tornare al nucleare e deve invece sviluppare le energie rinnovabili”.

Sul web si sono aggiunte migliaia di firme di altri docenti universitari e ricercatori. Le firme di noi comuni mortali vengono raccolte separatamente: e sono già legioni.

L’appello è diretto ai candidati alla presidenza delle Regioni, ed elenca i motivi ecologici ed economici che rendono sbagliata la scelta nucleare.

Secondo gli scienziati, la corretta politica energetica italiana deve basarsi anzitutto sulla riduzione dei consumi (eliminazione degli sprechi, efficienza energetica) e poi sullo sviluppo dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili.

Dicono che i costi delle energie rinnovabili scenderanno certamente nei prossimi 10 anni, mentre i costi del nucleare sono non ben definiti e destinati ad aumentare, e “la costruzione delle centrali, se mai inizierà, dovrà essere molto probabilmente sospesa perché fra dieci anni il nucleare non sarà più economicamente conveniente”.

E poi, i soldi investiti nelle energie rinnovabili oggi possono “cominciare a produrre energia e a contribuire all’indipendenza energetica in pochi mesi. Nel caso del nucleare, invece gli enormi investimenti di oggi porteranno a produrre nuova energia nel migliore dei casi tra dieci o quindici anni”.

L’energia elettrica prodotta col nucleare è in diminuzione netta nel mondo, si legge nell’appello degli uomini di scienza, “semplicemente perché non è economicamente conveniente in un regime di libero mercato”. Infatti nessuna impresa privata è disposta ad investire quattrini nel settore a meno che lo Stato (cioè i contribuenti) non si faccia carico dei costi nascosti (gestione delle scorie, dismissione degli impianti, assicurazioni), o a meno che lo Stato non garantisca ai produttori di energia nucleare consumi alti e prezzi alti, a svantaggio dei cittadini.

L’appello contro il nucleare sfata poi vari miti: l’atomo non contribuisce all’indipendenza energetica (non c’è uranio in Italia) e non è ad emissioni zero di gas serra: l’estrazione e il trattamento dell’uranio sono basate sui combustibili fossili, così come la costruzione e la dismissione delle centrali.

I problemi di sicurezza non sono stati eliminati, le scorie e il decommissionamento degli impianti costituiscono un’eredità avvelenata che si accolla ai posteri sperando che se la sbroglino in qualche modo.

Aumentare produzione e consumo di energia significa “correre verso il collasso economico, ecologico e sociale”, dicono i ricercatori. Bisogna imparare ad usare meno energia (isolamento termico degli edifici, trasporti pubblici…) e ad usarla meglio.

Così parlano gli scienziati. I politici di governo ci promettono meraviglie atomiche. Voi a chi preferite credere, ai politici o agli scienziati?

Su energia per il futuro l’appello degli scienziati contro il nucleare

via | Blogeko

Distributore automatico di pizza

letspizza01[1]Non ci ho creduto finchè non l’ho vista personalmente (all’aeroporto Punta Raisi di Palermo).

Let’s Pizza è un distributore automatico in grado di creare la pizza impastandola al momento: a differenza di sistemi analoghi che riscaldano una pizza precotta e surgelata, sforna la pietanza partendo dai singoli ingredienti.

La macchina impasta la farina con l’acqua, spiana la pasta, aggiunge pomodoro, mozzarella ed altri ingredienti freschi, infine cuoce la pizza e la serve su un apposito contenitore di cartone.

E’ un’invenzione di un italiano, Claudio Torghele, imprenditore 56enne di Rovereto ma residente in Usa

Fisco: il 27% dei contribuenti dichiara imposta netta uguale a zero

Il 27% dei contribuenti italiani ha denunciato nella dichiarazione dei redditi 2008 un’imposta netta pari a zero. Lo rileva il dipartimento delle finanze del ministero dell’Economia. L’imposta netta risulta pari a zero sia per effetto del basso reddito del dichiarante che per le deduzioni e detrazioni fiscali. A queste cifre andrebbero aggiunti i 30 miliardi di euro di redditi non dichiarati nel 2009, secondo i dati forniti dalla Guardia di Finanza lo scorso 18 dicembre.

CONTRIBUENTI – Nel 2008 c’è stato un aumento del 2,2% delle persone fisiche che hanno effettuato la dichiarazione, arrivando al numero di 41.663.000. L’aumento del reddito complessivo del 2007 (anno fiscale al quale si riferiscono le dichiarazioni del 2008) è stato del 4,2%, pari a 772 miliardi di euro. L’imposta netta dichiarata è ammontata a 142,4 miliardi di euro. Quindi l’evasione (nel 2009) ammonterebbe a circa il 21%. Ma degli oltre 41 milioni di contribuenti, a pagare materialmente le tasse al fisco sono risultati solo circa 30,5 milioni di contribuenti, poiché il 27%, come si è detto, ha dichiarato imposta netta zero. L’incidenza media dell’imposta netta sul reddito complessivo resta invariata nel periodo d’imposta 2007 al 18,4%. L’importo medio pro capite è pari a 4.670 euro. Rispetto al 2006 il reddito complessivo medio (pari a 18.661 euro) è aumentato su base nazionale dell’1,9%, con un incremento minimo nelle isole e massimo nelle regioni del nord-est.

DISTRIBUZIONE – In relazione alla distribuzione del reddito dichiarato, la metà dei contribuenti non supera i 15 mila euro; più in generale, il 91% dei contribuenti dichiara redditi non superiori a 35 mila euro e poco meno dell’1% dei contribuenti dichiara redditi superiori a 100 mila euro annui. Il 52% dell’imposta è pagata dal 12% dei contribuenti con redditi oltre i 35 mila euro. L’analisi degli indici della progressività dell’imposta mostra un lieve aumento dell’effetto redistributivo dell’Irpef tra l’anno d’imposta 2006 e il 2007.

SOCIETÀ – Le società con imposta netta positiva ha raggiunto il 52,6% del totale (circa 526 mila), prosegue il dipartimento delle finanze del ministero dell’Economia. Il che significa che quasi una società su due risulta in perdita. Nel 2007 le dichiarazioni delle società di capitali hanno raggiunto il milione di unità, con un aumento di circa il 4,1% sul 2006. L’85% sono srl e due terzi di esse hanno una dimensione limitata, con componenti positivi Irap minori di 500 mila euro. Le società con reddito positivo sono localizzate soprattutto nel Nord. Lo 0,8% delle società dichiara il 58% dell’imposta e il 53% delle società minori (fino a 500 mila euro di componenti positivi Irap) dichiara solo il 5,3% dell’imposta.

IVA – I contribuenti che hanno presentato la dichiarazione Iva per il periodo d’imposta 2007 sono 5.700.033 con un decremento dell’1% rispetto al periodo d’imposta precedente. Il calo è principalmente dovuto alla mancata presentazione della dichiarazione da parte dei soggetti aderenti al nuovo «regime di franchigia» e della maggiore utilizzazione del «regime di esonero per agricoltori», per effetto di una attenuazione dei limiti di accesso. L’81% dei contribuenti Iva ha un volume d’affari fino a 185.920 euro, ma paga solo il 9% dell’Iva incassata dallo Stato.

via | Corriere.it

Quelli del triplo incarico (e stipendio)

Più poltrone, più potere. Equazione ideale e logica per un parlamentare polivalente: deputato a Roma, presidente di provincia a Brescia, consigliere comunale o regionale in Calabria. Cariche politiche. E poi gli affari: consulente di una società, direttore generale di una spa, persino presidente del consiglio di amministrazione. Soltanto nella legislatura corrente, la Giunta delle elezioni ha esaminato 123 casi di doppia-tripla poltrona (e relativo doppio-triplo stipendio) e votato la compatibilità con il “mandato” nella Capitale. La legge impedisce l’incarico multiplo ai presidenti di provincia e ai sindaci (nelle città con oltre 20 mila abitanti), ma concede via libera a chi è onorevole e vuole candidarsi alle consultazioni locali (e sono oltre 30). Report di Milena Gabanelli aveva un’inchiesta pronta, il bavaglio della par condicio l’ha rimosso dal palinsesto di RaiTre.
Delibere. I colleghi della Giunta hanno costretto alla rinuncia ben 42 colleghi assessori e consiglieri regionali. I fantuttoni – contrapposti ai fannulloni di Renato Brunetta – riflettono l’emiciclo di Montecitorio, pari pari, nessuno escluso: c’erano Sandro Biasotti e Pietro Laffranco del Pdl, c’erano Antonio Cuomo e Luciano Pizzetti del Pd e c’erano Giovanni Paladini dell’Idv, Francesca Martini della Lega nord e Giorgio Oppi dell’Udc. E altre decine, altri decaduti.
Politica e società. Destino opposto per cinque deputati con cariche sportive che, per pura coincidenza, appartengono al gruppo del Pdl: Enrico Costa (presidente della federazione pallapugno), Luciano Rossi (presidente federazione tiro al volo), Manuela Di Centa (componente esecutivo del Coni), Sabatino Aracu (presidente. Federazione hockey e pattinaggio), Claudio Barbaro (componente esecutivo del Coni).
Capitolo fiere e assimilati (testuale dai verbali della Giunta). C’è sempre una massiccia presenza del Pdl: Maurizio Lupi (amministratore delegato Milano congressi spa), Marco Reguzzoni (Lega, presidente sviluppo sistema Fiera spa). Citazione a parte merita l’ex ministro per l’Innovazione (ricordate le tre ‘I’ di Berlusconi? Internet, inglese, impresa), Lucio Stanca, tre poltrone, zero rinunce: consigliere, amministratore e vicepresidente dell’Expo di Milano. Non è finita, altri 13 deputati conservano cariche in enti privati o pubblici. Prendete fiato: Mario Cavallaro (Pd, commissario liquidatore Consorzio agrario di Macerata), Mario Baccini (Misto, presidente del Comitato nazionale italiano), Matteo Brigandì (Lega, amministratore Fin-Group spa), Matteo Colaninno (Pd, amministratore delegato Omnia Holding spa e consigliere di Omniainvest spa), Gianluca Galletti (Udc, consigliere di Paritel spa), Maurizio Del Tenno (Pdl, presidente del Consorzio turistico provinciale e consigliere di Politec srl), Monica Faenzi (Pdl, pres. del Consorzio servizi sanitari di Castilio della Pescaia), Andrea Orsini (Pdl, consigliere di Metropolitana milanese spa), Ignazio Abrignani (Pdl, consulente organo interno di controllo, Secin), Marco Desiderati (Lega, presidente Consorzio rifiuti Brianza).
Enti locali. Altri dodici deputati dovranno fare avanti e indietro da Roma, su e giù, est e ovest per votare a Montecitorio e nei consigli regionali e provinciali. Sono dodici: Maria Teresa Armosino (Pdl, pres. Provincia di Asti), Luigi Cesaro (Pdl, pres. provincia di Napoli), Edmondo Cirielli (Pdl, presidente Provincia di Salerno), Nicolò Cristaldi (Pdl, sindaco di Mazara del Vallo), Antonello Iannarilli (Pdl, presidente Provincia di Frosinone), Giulio Marini (Pdl, sindaco di Viterbo), Daniele Molgora (Pdl, presidente Provincia di Brescia), Adriano Paroli (Pdl, sindaco di Brescia), Antonio Pepe (Pdl, presidente Provincia di Foggia), Ettore Pirovano (Lega, presidente Provincia di Bergamo), Roberto Simonetti (Lega, presidente Provincia di Biella), Marco Zacchera (Pdl, sindaco di Verbania).
Regole. La Giunta del 17 marzo valuterà le posizioni di altri tre fantuttoni: Fulvio Bonavitacola (Pd, consigliere Aeroporto di Salerno spa), Giacomo Terranova (Pdl, amministratore Società di gestione aeroporto di Palermo spa), Antonino Foti (Pdl, presidente Consorzio agrario di Reggio Calabria). Fine. Domandina conclusiva: come mai i rappresentanti di Pdl e Lega sono così intraprendenti? Perché la legge è permissiva e nella Giunta, presieduta da Maurizio Migliavacca del Pd e Pino Pisicchio dell’Api, la maggioranza è dei berlusconiani. Ubi maior
da il Fatto Quotidiano dell’11 marzo

Privatizzazione dell’acqua? No, grazie.

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vignetta di Vauro

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