Silviocracy

La Rai rifiuta di mandare in onda il trailer di ‘Videocracy’ perché "è un film che critica il governo". Nella lettera con cui la tv di Stato (in perfetto accordo, ci mancherebbe altro, con Mediaset) si prostra ai voleri del suo vero padrone Berlusconi (il film racconta l’ascesa della Silviotelevisione tra veline, letteronze e tronisti) si dice (traduciamo) che poiché il pluralismo alla Rai è sacro, se nello spot di un film si ravvisa una critica a una parte politica occorre subito bilanciare con il messaggio di un film di segno opposto. Raramente l’intelligenza di avvocati e dirigenti si era a tal punto prostituita al ridicolo pur di salvarsi la poltrona.

Forza Garimberti
Però, forse, non tutto è perduto. Abbiamo fatto un sogno. Incredulo anch’egli davanti a tanta bassezza il presidente (di garanzia) della Rai Paolo Garimberti sospende la sua consueta partita di tennis e dirama un comunicato di ferma riprovazione per il rifiuto dello spot di ‘Videocracy’. Proprio perché la Rai è un servizio pubblico, egli afferma, non può esercitare censure sulla promozione di film e altri spettacoli che non violino il codice penale o il codice etico dell’azienda. Meno che mai, aggiunge, se questo tipo di censura assume caratteri odiosi per un’evidente tentativo di compiacere un qualsiasi potente, fosse anche il presidente del Consiglio. Questo nel nostro sogno Garimberti, presidente di garanzia della Rai, afferma con linguaggio forte e con accenti di grande dignità, come del resto si addice al ruolo che ricopre. Tra un set e l’altro.

via | ‘Silviocracy’ di A. Padellaro

Non abboniamoci più a Mediaset premium

Anno 2007-2008: cominciano a diffondersi i decoder per il digitale terrestre (grazie, non dimentichiamolo, a generosi contributi statali, anche di 150 euro) e tra gli operatori che offrono servizi di pay per view, Mediaset Premium ha una posizione di quasi monopolio. Acquistare la singola partita costa 3 euro.

Anno 2008-2009 – Gallery+Calcio = 179 euro

Anno 2009-2010 – Gallery+Calcio = 269 euro fino al 30/06/2010: aumento in un anno di 90 euro.

Alla faccia della crisi economica, che per questo Governo un giorno c’è e l’altro no.

Dal 03/08/09 il costo è sceso a 249 euro ma solo perchè c’è un mese in meno di visione.

Abbonamento EASY PAY 20 euro al mese ma ci si impegna per almeno 12 mesi, (e a giugno e luglio di calcio c’è ben poco da vedere). Sono previste varie clausole al limite del vessatorio e non vengono considerati i costi bancari per i pagamenti delle singole rate bimestarli. Il web è pieno di lamentele di utenti che hanno utilizzato la suddetta modalità di abbonamento/pagamento.

Ci sarebbero poi da considerare i disservizi, la difficoltà nel recuperare il credito residuo (perchè le schede hanno una scadenza), il fatto che spesso molti di questi canali a pagamento non si vedano, il fatto la programmazione è assai scadente (prime visioni che in realtà sono seconde visioni, stessi film programmati a iosa, anticipazioni che dopo qualche settimana sono visibili in chiaro sulle reti mediaset, eccetera).

Questi furbastri e ladri vanno puniti: non abboniamoci più!

Striscia la giustizia

 La richiesta di archiviazione per le telefonate Berlusconi-Saccà inaugura un nuovo genere giurisprudenziale: la giustizia creativa. Secondo i pm napoletani che avviarono l’indagine, se il politico più ricco e potente d’Italia chiede al direttore di Raifiction di sistemare 5 ragazze «per sollevare il morale al Capo» a spese degli abbonati e aggiunge «poi ti ricambierò dall’altra parte quando sarai un libero imprenditore. m’impegno a darti grande sostegno», è corruzione. Basta ascoltare la telefonata per trovare l’atto illecito (far lavorare gente che non lavorerebbe senza raccomandazione) e la «promessa di denaro o altra utilità» in cambio, cioè i due ingredienti tipici della corruzione. Quanto basterebbe, in un paese normale con due imputati normali e una giustizia normale, per affidare la faccenda al giudizio di un tribunale. Ma, per i pm romani che hanno ereditato l’inchiesta per competenza, «non vi è certezza del do ut des», al massimo di un po’ di «malcostume». E poi Saccà non è un incaricato di pubblico servizio (al servizio pubblico radiotelevisivo non crede più nessuno). E soprattutto i due piccioncini hanno un rapporto talmente «stretto e asimmetrico» che «Berlusconi non ha alcuna necessità di garantire indebite utilità per avere favori da Saccà». Cioè: Berlusconi è il padrone dell’Italia, dunque della Rai, dunque di Saccà, dunque non può pagare tangenti: è lui stesso una tangente (resta da capire perché allora garantisse «utilità» nella telefonata a Saccà: forse scherzava). E così il conflitto d’interessi, anziché un’aggravante, diventa un alibi. Giustizia è fatta.

FONTE: M. Travaglio su L’unità – Vignetta di Maramotti

Sull’aumento dell’iva a Sky

Scrive Beppe Severgnini: … Sky Italia è, da quasi cinque anni, la mia casa televisiva. E il sottoscritto, a differenza di chi-dico-io, riconosce l’esistenza del conflitto d’interesse. Quindi: il mio parere non riveste grande interesse. …

1) Sarebbe ben triste se il nostro Capo approfittasse del drammatico momento economico per dare una mano alla sua azienda, Mediaset, e una botta ai concorrenti. Io non voglio pensare che l’uomo sia così cinico. Ma mi sembra evidente che un risultato sarà questo. Perché alcuni noiosi, patetici italiani ricordano da anni che il conflitto d’interessi è una brutta bestia? Perché introduce il sospetto in un Paese già sospettoso di suo.
2) Nel momento in cui si cercano di aiutare banche e aziende, prese dallo tsunami economico, perché mettere in difficoltà Sky? Per l’azienda non sarà facile. In Italia – posso dirlo? – un servizio così serve. Murdoch non è un sognatore liberale, è un uomo d’affari, calcolatore e duro. In America il canale più conservatore (Fox News) ospita uno dei programma più dissacranti (i Simpson). Perché? Perché funziona e guadagna. Perché Sky Tg24 è quello che è? Perché i canali della propaganda politica (plateale o subliminale) sono altri. La nicchia di mercato, qui da noi, è il confronto tranquillo (ecco perché ci lavoro). Ho detto a Michael Moore, forse imbarazzato di venire intervistato su Sky: “So che in America molti considerano Murdoch uno squalo. Fidati: nell’acquario italiano, è un pesce rosso”.
Oggi potrei aggiungere: come volevasi dimostrare.

Berlusconi sostiene: «Ma quale conflitto di interessi? La sinistra ha concesso a Sky per i rapporti che aveva con quella televisione il privilegio del 10 per cento dell’Iva. Abbiamo tolto quei privilegi e abbiamo fatto ritornare l’Iva a Sky uguale a quella di tutti gli altri».

Ma è proprio questa la vera storia del trattamento fiscale agevolato per la pay tv?

Come scrive Peter Gomez, “L’Espresso” ha fatto una piccola inchiesta per ricostruire la vicenda dello sconto dell’Iva a Telepiù, il primo nome della tv a pagamento che fu fondata dal gruppo Fininvest per essere ceduta prima a una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di Canal Plus e infine nel 2002 a Murdoch che la denominerà con il nome del suo gruppo: Sky.
Si scopre così che l’Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c’era persino stato un tentativo di corruzione.
Nel 1997 Il pubblico ministero Margherita Taddei chiese il rinvio a giudizio per Berlusconi. Lo chiese anche sulla base di un fax che fu trovato durante una perquisizione. La missiva era opera di Salvatore Sciascia, allora manager Fininvest e oggi parlamentare del Pdl nonostante una condanna definitiva in un altro procedimento per le mazzette pagate dal gruppo alle Fiamme Gialle. Nel fax, diretto a Silvio Berlusconi, Sciascia chiedeva di spingere per far nominare alla Corte dei Conti il dirigente del ministero delle Finanze, Ludovico Verzellesi, meritevole perché in precedenza si era speso per fare ottenere l’agevolazione dell’Iva al 4 per cento per Telepiù. In pratica, secondo la ricostruzione dei magistrati, la raccomandazione era il ringraziamento di Fininvest per il trattamento ricevuto.
Il fascicolo processuale però fu trasferito nella Capitale per competenza nel 1997. Nel 2000 il Gip Mulliri, su richiesta del procuratore di Roma Salvatore Vecchione e del pm Adelchi D’ippolito (oggi capo dell’ufficio legislativo del ministero dell’economia con Giulio Tremonti) archiviò tutto. Nessuna rilevanza penale, quindi. Ma restano i dati oggettivi sulla trattativa tra la Fininvest e il ministero per l’abbassamento dell’Iva sulla pay tv: dal 1991 al 1995 quando era controllata o partecipata dal gruppo Berlusconi, Telepiù ha goduto di un’aliquota pari al 4 per cento. Un’agevolazione che allora Berlusconi non considerava “scandalosa”. Mentre oggi definisce “un privilegio” l’aliquota più che doppia del 10 per cento.
L’innalzamento dal 4 all’attuale 10 per cento fu introdotto alla fine del 1995 nella legge finanziaria del Governo Dini. All’epoca i manager di Telepiù, scelti dal Cavaliere, salutarono così il provvedimento: «È l’ultimo atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv».
Il 25 ottobre del 1995, Mario Zanone Poma, (amministratore di Telepiù sin dalla sua fondazione) dichiarava alle agenzie di stampa: «L’innalzamento dell’aliquota Iva:
1) contraddice la sesta direttiva della Comunità Europea;
2) contraddice l’atteggiamento degli altri paesi europei verso aziende innovative quali le pay tv;
3) crea una grave discriminazione tra la pay-tv e il servizio televisivo pubblico».
In pratica il manager scelto da Berlusconi diceva le cose che oggi dicono gli uomini di Murdoch.
Effettivamente un ruolo dei comunisti ci fu. Ma a favore del Cavaliere.
Il Governo Dini voleva aumentare l’Iva fino al 19 per cento (come oggi vorrebbe fare Berlusconi) ma poi fu votato un emendamento di mediazione che fissò l’imposta al 10 per cento attuale. L’emendamento passò con il voto decisivo di Rifondazione Comunista: il suo leader dell’epoca, Fausto Bertinotti, in un ribaltamento dei ruoli che oggi appare surreale, fu duramente criticato dall’allora responsabile informazione del Pds (e attuale senatore del PD) Vincenzo Vita: «È squallido che Bertinotti abbia permesso un simile regalo a questo nuovo trust della comunicazione, figlio della Fininvest».

(vignetta di Sergio Staino)

Quanto ci costa avere fede…

E veniamo ad un altro problema, forse non pressante come altri, ma in tempi di ristrettezze economiche…

Fede (Emilio) costa agli italiani 350.000 euro al giorno. Dal primo gennaio 2006, con effetto retroattivo. La Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia a una multa di circa 130 milioni di euro all’anno se Rete 4 non cederà a Europa 7 le frequenze che Testa d’Asfalto (Berlusconi) ha in concessione dallo Stato. Per l’Europa l’assegnazione delle frequenze in Italia non rispetta la libera prestazione dei servizi e non ha criteri di selezione obiettivi.
La sentenza europea è la terza a favore di Europa 7 dopo quelle della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato. Testa d’Asfalto toglie l’ICI, ma introduce il canone Fede. Non ci sono conflitti di interessi? Perchè gli italiani devono pagare per guardare Fido Bau ogni sera? Se il concessionario pubblico di tre reti nazionali Testa d’Asfalto non sposterà Rete 4 sul satellite gli italiani alla fine del suo prossimo glorioso quinquennio pagheranno circa UN MILIARDO di euro di multa considerando gli arretrati.
Testa d’Asfalto è un genio, oltre alla concessione pubblica, la pubblicità a pagamento su tre reti avute in eredità da Craxi, avrà anche il finanziamento pubblico. Il ministero delle Comunicazioni non c’è più. In realtà non c’era neppure prima. Gentiloni che potrà dedicarsi di più al tennis con Ermete invece di passare lunghi week end ad Arcore.
L’ Agcom con il supporto del PD e della Repubblica e della Finocchiaro e di Topo Gigio è impegnata a tempo pieno sul pericoloso Travaglio. Se pò fà. Con i nostri soldi se pò fà.
Per sapere quanto stiamo versando al Presidente del Consiglio per non applicare le sentenze su Rete 4 scaricate e diffondete il banner. E’ bello contribuire al successo economico di Testa d’Asfalto con le nostre tasse.

via| BeppeGrillo.it

vespa e cogne

Confermata la condanna a 16 anni di carcere alla Franzoni, ieri sera Mentana e Vespa hanno potuto riproporre il loro teatrino su Cogne (che, personalmente, ha fracassato gli zebedei, ndr).

Sarei curioso di sapere come il nostro Bruno ha preso la notizia che la finale di Champions League era giunta ai calci di rigore, facendo slittare a notte fonda l’inizio del suo programma. Uno spasso.

Sempre più sudato ed agitato si è sorbito nell’ordine: premiazione, giri di campo, interviste ai protagonisti, analisi tecnica di Dossena e Collovati, highlights della partita, moviola. Il tutto a vantaggio del suo diretto concorrente su canale 5, che gli ha anche scippato la onnipresente Palombelli in Rutelli.

Quanto alla condanna, se la Franzoni fosse innocente sarebbe l’ennesimo caso di errore giudiziario (proprio ieri sera l’ottimo Minoli, su Rai 2, riproponeva la vicenda di Enzo Tortora); se è davvero colpevole, è stata libera per ben 6 anni. E questo la dice lunga su come funziona la giustizia nel nostro Paese.

Quando il lusso diventa sfuttamento

Lo scorso dicembre, l’inchiesta di Report dal titolo “Schiavi del lusso” aveva mostrato i cinesi di Prato che assemblano borse griffate per pochi euro, in nero, spesso arruolando manodopera clandestina e mal pagata; purtroppo questa non è l’unica anomalia del sistema, ma solo la più evidente.
Nella nuova puntata della trasmissione di Milena Gabanelli, andata in onda ieri sera e dal titolo “Disoccupati del lusso”, emerge come le imprese cinesi che operano per conto delle grandi marche italiane, francesi e inglesi, si sono perfettamente integrate in tutti i distretti produttivi, mettendo in seria crisi,  con la loro concorrenza sleale, gli imprenditori italiani.
Rinomate nel mondo, scarpe e borse “made in Italy” sono spesso cucite dai cinesi in Italia oppure dai cinesi in Cina.  Approfittando dell’ambiguità di una normativa europea che i grandi gruppi hanno tutto l’interesse affinché resti tale. A volte si fa perfino ricorso a pratiche che violano i codici doganali e del consumo. La verità è che in Cina la manodopera per montare una scarpa costa dieci volte meno rispetto a quella italiana. E anche in Italia, la stessa manodopera, costa molto meno.
Appare evidente l’urgenza di una normativa chiara che tuteli il vero ‘made in Italy’, prima che la situazione precipiti ultriormente.

Ho sempre considerato “socialmente immorale” spendere 1.700 euro per una borsetta: avendo appreso che quella stessa preziosissima borsetta ha un costo di fabbricazione di una trentina di euro, ne sono ancora più convinto.
Mi viene in mente quella canzone di De Gregori che faceva “…stai dalla parte di chi ruba nei supermercati, o di chi li ha costruiti rubando..?”

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