Il blocco del traffico peer to peer

E’ noto che alcuni provider, dichiaratamente o tacitamente, filtrano, limitano o bloccano il traffico peer to peer (quello cioè generato da programmi come emule, torrent e affini) dei propri utenti.

In particolare, l’associazione di consumatori ADUC, riferisce di ricevere “sempre più segnalazioni su come alcuni gestori telefonici stiano bloccando l’accesso ad alcuni protocolli Internet”. Non solo il file sharing, quindi, ma anche il Voip (Skype ed affini, per intenderci).
Ma i filtri peer to peer violano le norme del codice delle comunicazioni elettroniche, del contratto e della concorrenza.

Secondo Aduc: “I gestori di Adsl non dovrebbero avere la facoltà di limitare l’accesso a particolari siti o programmi, proprio come i gestori telefonici non possono imporci chi e quando chiamare, o i benzinai non possono dirci quale strada si può o non può percorrere”.

E ancora: “È illegittima la pratica se le condizioni generali di contratto non prevedono specificamente il blocco del P2P o di altri programmi. Anche ove il contratto genericamente prevedesse una limitazione della banda in caso di intenso traffico sulla rete, il blocco esclusivo e mirato di P2P costituirebbe comunque violazione della legge“.
Attualmente, in Italia, solo Wind e Tele2 dichiarano di filtrare il peer to peer (Telecom e Tiscali dicono di non farlo), ma nessuno lo mette per iscritto nel contratto.

Aduc consiglia “di intimare al gestore l’eliminazione dei filtri e fare richiesta di risarcimento del danno tramite raccomandata a/r di messa in mora” e di segnalare la cosa all’Antitrust e ad Agcom.
Opposta è la visione dei discografici, la cui associazione Ifpi chiede al legislatore europeo di obbligare i provider a filtrare sistematicamente alcuni siti considerati i pilastri del peer to peer.
Il problema, dunque, non riguarda solo l’Italia.

6 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. antgri
    Apr 09, 2008 @ 12:22:48

    Qualcuno ha pensato di fare anche di peggio…
    Date uno sguardo a questo post sul mio blog…
    http://antoniogrillo.wordpress.com/2008/04/06/stop-alla-musica-gratis-in-rete/

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  2. Giulio
    Apr 09, 2008 @ 16:48:34

    Penso che la pirateria la si può combattere solo offrendo qualcosa di innovativo ad un prezzo equo.
    Un cd costa ancora troppo (colpa anche delle tasse, in particolare dell’elevata iva).
    Poi ci sono cantanti furbetti che da anni sfornano ‘the best of’ o album con solo due o tre canzoni accettabili. Il tutto per 15-20 euro…

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  3. antgri
    Apr 09, 2008 @ 21:19:45

    Concordo a pieno sul prezzo… assurdo!
    certamente c’è un problema con i diritti d’autore e la musica che si scarica da Internet. Ma l’altra sera ho sentito qualcosa di abbominevole (http://antoniogrillo.wordpress.com/2008/04/06/stop-alla-musica-gratis-in-rete/) che vorrebbero fare alcuni provider inglesi per combattere i peer-to-peer musicali. Unsa sorta di schedature degli IP, che poi consegneranno a chi di dovere (solo gli IP non i dati anagrafici), e dopo un monito, se non sortisce effetto, si stacca la connessione…
    Credo che l’informatica possa offrire mezzi migliori per proteggere files musicali piuttosto che altri formati… Ma è davvero tutta colpa della Rete?

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  4. Giulio
    Apr 09, 2008 @ 23:07:51

    Non credo.
    Prima della diffusione della musica sul web c’erano i cd masterizzati in vendita sulle bancarelle. A dire il vero ci sono ancora, ma molti fruitori si sono ‘messi in proprio’🙂 .
    Se è vero come è vero che la musica e cinema sono arte e l’arte è cibo per la mente, già portare l’iva su dischi e dvd al 4% (come per i generi alimentari🙂 ) sarebbe un primo passo.
    Sulla schedatura degli ip ci credo poco: gli smanettoni sanno come far perdere le loro tracce.
    E molti ormai non utilizzano più i programmi p2p: una nuova possibilità che consente di non essere individuati facilmente è rappresentata dai cosidetti ‘filehoster’ o ‘sharehoster’.
    Si tratta di gestori di spazio on-line sui quali è possibile caricare file e renderli disponibili per altri utenti a un determinato indirizzo internet.
    Il più famoso è forse Rapidshare, che offre gratuitamente spazio illimitato. Un singolo file, però non può essere più grande di 100 megabytes. Quindi, un film in divx sarà suddiviso in almeno 7-8 files da ricompattare con WinRar. La maggior parte dei files si cela, spesso, dietro nomi criptici: ad esempio, il film “Gone Baby Gone” è costituito dai files GOBAGODVDRIP.part1.rar, GOBAGODVDRIP.part2.rar, eccetera. Inoltre i files sono quasi sempre protetti da password, cosicchè anche Rapidshare non sempre è in grado di verificare ciò che si trova all’interno di questi archivi.
    Mi sa che su questa cosa, un giorno, ci farò un post più dettagliato…

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  5. antgri
    Apr 10, 2008 @ 07:35:50

    Infatti la mia domanda era provocatoria. certo che nno è colpa della Rete!
    Sarebbe opportuno come dici tu risolvere qualche problema di mercato e di costi da uan part; trovare soluzioni meno “tiranniche” dall’altra.
    Quella notizia che ho ascoltato l’altra sera era un piano pe ri prossimi anni del Regno Unito, che, con la diffusione capillare di Internet veloce, tracciava scenari e cercava di sollevare e risolvere probabili problematiche.
    Sul fatto che ci sarà sempre un modo per eludere ogni sorveglianza siamo in perfetto accordo. Sulla necessita che spinge ad evadere si potrebbe lavorare…

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  6. Giulio
    Apr 13, 2008 @ 15:04:36

    Certo. Spero che un giorno, fatta una legge, non si debba essere sempre costretti a trovare un inganno.

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