Poste Italiane: sempre peggio

Le nostre Poste continuano ad essere poco affidabili. A documentarlo, non sono più soltanto le lamentele dei cittadini, le proteste degli utenti o le indagini dei consumatori; ma anche le rilevazioni periodiche fornite al ministero delle Comunicazioni e alle stesse Poste dall’Izi di Roma, una società per le ricerche di mercato che s’è aggiudicata la gara per questo incarico. L’analisi compone con dovizie di dati una mappa statistica delle disfunzioni postali da un capo all’altro della Penisola. Dopo l’esposto presentato dal Codacons alla Procura di Roma, per denunciare che il 45% delle lettere spedite dall’associazione non è arrivato a destinazione nei tempi prestabiliti, tutto questo materiale è destinato ora a finire sui tavoli dell’Antitrust che ha aperto un’istruttoria contro Poste Italiane per verificare l’ipotesi di abuso di posizione dominante. Nel primo semestre di quest’anno, su un totale di 800 tratte in cui è articolata l’Italia postale, il 37,1% erano al di sotto dell’80% di consegna entro un giorno lavorativo (dalla spedizione e dall’orario di ritiro indicato sulle cassette): ciò significa, in pratica, che quasi 40 lettere su 100 arrivano in ritardo, con una punta di oltre il 63% nel traffico extra-regionale. E il peggio è che dal 2003 a oggi, la situazione tende nettamente a peggiorare.

L’ope­razione di trasformare tutto in posta prioritaria e far pagare di più a tutti è stata un fallimento: i prezzi sono aumentati, il servizio è peggiorato. Poste è riuscita a far cassa ma non ce l’ha fatta a lavorare come un’impresa in concorrenza, che ogni giorno deve misurarsi con i concorrenti e che se non recapita la posta come promesso, vede i clienti orientarsi verso altri operatori.

D’altronde è risaputo che gran parte degli utili di Poste Italiane spa deri­va non dalla posta ma da altro. Bancoposta innanzitutto. Infatti, per quanto il gruppo possa vantare nel bilancio 2006 un utile netto consolidato a 676 milioni di euro e un risultato operativo consolidato di 1,5 miliardi, su un totale di 17 miliardi di ricavi, gli osservatori più critici rilevano che questi risultati non derivano dall’attività istituzionale della società, ma per la maggior parte da quella finanziaria.

L’azienda negli ultimi anni si è, quindi, orientata più a perseguire logiche di profitto che a occuparsi del servizio per cui è nata e di cui ha il monopolio.

E’ poi sconcertante il fatto di dover apprendere dati “ufficiali” dai giornali e non da chi, ministero e Poste, sarebbe il primo in dovere di renderli pubblici.

Gli standard di qualità da rispettare non sono dei dati asettici e privi di importanza: sono l’impegno assunto verso i cittadini che, col francobollo o con le tasse, pagano tutto.

fonte: Il Salvagente e Repubblica

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