L’acqua dei nostri rubinetti ha passato il test della qualità: è potabile, controllata di continuo e sottoposta a leggi restrittive. A dirlo, i risultati delle analisi quotidiane delle Asl (qui potete vedere, ad esempio, il risultato del test sulle acque del comune di Roma).
La legislazione italiana è molto più ’severa’ con l’acqua di rubinetto (circa 200 parametri da rispettare) e più generosa (solo 4
con l’acqua minerale. Un esempio su tutti: la concentrazione massima di arsenico nella minerale fino a poco tempo fa poteva ancora essere di 50 microgrammi/litro, mentre dal rubinetto da tempo non può uscire acqua con più di 10 mg/l di arsenico.
In definitiva, la maggior parte degli italiani potrebbe tranquillamente smettere di riempire il carrello della spesa con casse di acqua e servirsi (a costo infinitamente minore) dell’acqua che arriva a casa.
Tra l’altro le acque minerali sono conservate in bottiglie di plastica, talvolta stoccate male (al sole). Acqua e plastica rappresentano un binomio insostenibile: è difficile sapere se ciò che beviamo è come alla sorgente o se c’è stata una “migrazione tossica” dal contenitore al contenuto (qui maggiori informazioni).
Inoltre, spesso alcuni test sulle minerali hanno riservato non poche sorprese negative (presenza di arsenico, cadmio o altre sostanze nocive in quantità superiori allla normale tolleranza).
Ma il marketing ci bombarda ed ecco che spopola la pubblicità di acque minerali, da tavola, o dagli effetti benefici in realtà comuni a tutte le acque (come quello diuretico).
Oggi il business che ruota intorno all’acqua, che dovrebbe essere un bene fruibile da tutti gratuitamente, come l’aria, è enorme. Gli italiani sono i più grandi finanziatori delle industrie delle minerali, una lobby che influenza governi, costumi e media.
A me piacerebbe quanto meno non vedere più camion che vanno su e giù per l’Italia per portare l’acqua Levissima dalle montagne del Nord alla Calabria e la Ferrarelle dalla provincia di Caserta al Trentino (ovviamente ho citato due marche a caso).
Ha ragione Beppe Grillo: non si potrebbero evitare sprechi e questo inquinamento “se ognuno si bevesse la sua caz… di acqua?”
I furti in Europa ai danni di supermercati e grandi magazzini nel corso del 2006 valgono 29 miliardi di euro, dei quali 2,6 solo in Italia.
Che siamo uno strano Paese è ormai assodato. Che si debba disicentivare i consumi petroliferi ed incentivare il ricorso ad energie alternative è altrettanto vero.
Arriva anche nel nostro Paese la
Le nostre Poste continuano ad essere poco affidabili. A documentarlo, non sono più soltanto le lamentele dei cittadini, le proteste degli utenti o le indagini dei consumatori; ma anche le rilevazioni periodiche fornite al ministero delle Comunicazioni e alle stesse Poste dall’Izi di Roma, una società per le ricerche di mercato che s’è aggiudicata la gara per questo incarico. L’analisi compone con dovizie di dati una mappa statistica delle disfunzioni postali da un capo all’altro della Penisola. Dopo l’esposto presentato dal Codacons alla Procura di Roma, per denunciare che il 45% delle lettere spedite dall’associazione non è arrivato a destinazione nei tempi prestabiliti, tutto questo materiale è destinato ora a finire sui tavoli dell’Antitrust che ha aperto un’istruttoria contro Poste Italiane per verificare l’ipotesi di abuso di posizione dominante. Nel primo semestre di quest’anno, su un totale di 800 tratte in cui è articolata l’Italia postale, il 37,1% erano al di sotto dell’80% di consegna entro un giorno lavorativo (dalla spedizione e dall’orario di ritiro indicato sulle cassette): ciò significa, in pratica, che quasi 40 lettere su 100 arrivano in ritardo, con una punta di oltre il 63% nel traffico extra-regionale. E il peggio è che dal 2003 a oggi, la situazione tende nettamente a peggiorare.





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