Archivio per la categoria 'consumi'



29
Dic

Gli italiani: popolo di santi, navigatori e… bevitori di acqua minerale!

L’acqua dei nostri rubinetti ha passato il test della qualità: è potabile, controllata di continuo e sottoposta a leggi restrittive. A dirlo, i risultati delle analisi quotidiane delle Asl (qui potete vedere, ad esempio, il risultato del test sulle acque del comune di Roma).

La legislazione italiana è molto più ’severa’ con l’acqua di rubinetto (circa 200 parametri da rispettare) e più generosa (solo 4 8) con l’acqua minerale. Un esempio su tutti: la concentrazione massima di arsenico nella minerale fino a poco tempo fa poteva ancora essere di 50 microgrammi/litro, mentre dal rubinetto da tempo non può uscire acqua con più di 10 mg/l di arsenico.

In definitiva, la maggior parte degli italiani potrebbe tranquillamente smettere di riempire il carrello della spesa con casse di acqua e servirsi (a costo infinitamente minore) dell’acqua che arriva a casa.

Tra l’altro le acque minerali sono conservate in bottiglie di plastica, talvolta stoccate male (al sole).  Acqua e plastica rappresentano un binomio insostenibile: è difficile sapere se ciò che beviamo è come alla sorgente o se c’è stata una “migrazione tossica” dal contenitore al contenuto (qui maggiori informazioni).

Inoltre, spesso alcuni test sulle minerali hanno riservato non poche sorprese negative (presenza di arsenico, cadmio o altre sostanze nocive in quantità superiori allla normale tolleranza).

Ma il marketing ci bombarda ed ecco che spopola la pubblicità di acque minerali, da tavola, o dagli effetti benefici in realtà comuni a tutte le acque (come quello diuretico).

Oggi il business che ruota intorno all’acqua, che dovrebbe essere un bene fruibile da tutti gratuitamente, come l’aria, è enorme. Gli italiani sono i più grandi finanziatori delle industrie delle minerali, una lobby che influenza governi, costumi e media.

A me piacerebbe quanto meno non vedere più camion che vanno su e giù per l’Italia per portare l’acqua Levissima dalle montagne del Nord alla Calabria e la Ferrarelle dalla provincia di Caserta al Trentino (ovviamente ho citato due marche a caso).

Ha ragione Beppe Grillo: non si potrebbero evitare sprechi e questo inquinamento “se ognuno si bevesse la sua caz… di acqua?”

21
Dic

Mobilità sostenibile in Italia: Bologna la città più ecologica

Il sondaggio realizzato da Euromobility e Kyoto Club, “Mobilità sostenibile in Italia: indagine sulle principali 50 città” ha laureato Bologna regina della eco-mobilità in Italia.

Per stilare la classifica sono stati presi ad esame fattori quali: soluzioni innovative per la mobilità, come car e bike sharing, car pooling e taxi collettivi; la presenza di mezzi alimentati da combustibili alternativi; le piste ciclabili presenti; le ZTL e le corsie preferenziali, lo stato dei mezzi pubblici e gli strumenti adottati per la pianificazione del traffico.
Subito dopo Bologna seguono Parma, Modena, Milano e Venezia.

Roma è solo 12a, parimerito con Verona. Ultimi posti per Giugliano (Campania), L’Aquila, Siracusa, Sassari e Taranto.
Napoli ha anche il primato negativo per il numero di auto inquinanti (Euro 0) ancora in circolazione, mentre Roma è in testa per il boom di veicoli circolanti, più di 70 auto ogni 100 abitanti.
Siracusa è la città in cui il Pm10 massimo consentito è stato superato per più giorni durante l’anno e Perugia ha il primato per presenza di biossido di azoto. (fonte Rinnovabili.it)

11
Dic

I furti nei supermercati

I furti in Europa ai danni di supermercati e grandi magazzini nel corso del 2006 valgono 29 miliardi di euro, dei quali 2,6 solo in Italia.

È il dato che emerge dal Barometro europeo dei furti nel retail, uno studio commissionato da Checkpoint Systems (multinazionale specializzata nella produzione di sistemi per la sicurezza e la protezione dei prodotti) e condotto dal CRR - Centre for Retail Research (un Istituto indipendente che ha come scopo primario la ricerca e la consulenza nel settore retail).
Il 40,6% degli oggetti più sensibili ai furti non sono adeguatamente protetti e i commercianti europei stanno sempre più rivolgendo la loro attenzione allo sviluppo di nuove tecnologie per la sicurezza delle merci, come i sistemi di protezione alla fonte: ad esempio, l’impiego delle etichette antifurto in radiofrequenza (Rfid), nascoste direttamente all’interno dei prodotti (scarpe e capi d’abbigliamento, ma anche beni durevoli e generi alimentari) nelle fasi di produzione o di confezionamento.
Questa soluzione è stata adottata da poco da Carrefour (prima catena in Europa) ed è stata subito seguita da altri retailer.
Ovviamente, questa strategia di difesa comporta investimenti elevati (da aggiungere alle perdite imputabili ai furti): un conto che le catene commerciali, poi, trasferiscono anche sulle famiglie italiane, le quali in un anno si ritrovano a pagare un «extra» pari a 157 euro a nucleo.

A livello europeo, i prodotti più frequentemente rubati sono, nell’ordine: abbigliamento femminile, prodotti cosmetici e profumi; scarpe e vestiti firmati, ma anche lamette da barba e prodotti per la pelle; alcolici; dvd; capi di abbigliamento maschile; videogame; oggetti elettronici che includono laptop, lettori mp3, televisori, cellulari e software.

In Italia, ogni cinque lamette da barba vendute, una viene rubata; a ruota seguono le cartucce per stampanti (15%, 1 su 6,5) e i prodotti cosmetici (6%). Ma si registrano sempre più furti tra i generi alimentari: in grande crescita sono, ad esempio, le sottrazioni di carne e parmigiano reggiano che rispettivamente con il 5,5% e 9% di ammanchi superano prodotti da sempre gettonatissimi quali dvd, cd musicali e videogame (5,5%), ma anche bevande come vini e superalcolici, i cui furti sono passati in breve dall’1,1 al 2%.

Grande preoccupazione destano anche le “ruberie interne” ad opera del personale (che rappresentano ora il 28,4% del totale) e quelle imputabili ai fornitori (7%).

07
Dic

Il costo della benzina: su ogni litro 12 tasse

Che siamo uno strano Paese è ormai assodato. Che si debba disicentivare i consumi petroliferi ed incentivare il ricorso ad energie alternative è altrettanto vero.

Ma quanti di voi sanno che in Italia, la benzina è soggetta ad una tassazione che incide circa per il 70% del prezzo, nella quale sono comprese queste tasse di vecchia data:
1 1,90 lire per finanziare la guerra di conquista dell’Abissinia nel 1935;
2 14 lire come «contributo» imposto nel 1956 per compensare la crisi economica derivante dalla chiusura del canale di Suez
3 10 lire per il disastro del Vajont del 1963;
4 10 lire per l’alluvione di Firenze del 1966;
5 10 lire per il terremoto del Belice del 1968;
6 99 lire per il terremoto del Friuli del 1976;
7 75 lire per il terremoto dell’Irpinia del 1980;
8 205 lire per la missione in Libano del 1983;
9 22 lire per la missione in Bosnia del 1996;
10 2,15 centesimi di euro nel 2001 per il ripristino delle 50 lire tolte dal Governo precedente che servivano a calmierare il prezzo del carburante;
11 1,6 centesimi di euro nel 2004 per il contratto degli autoferrotranviari;
12 0,5 centesimi di euro nel 2005 per acquisto autobus ecologici.
Sull’ammontare di queste ‘una tantum’, poi,  c’è anche la «tassa sulla tassa»: sommate alla vera e propria imposta di fabbricazione (definita per decreti ministeriali), viene aggiunta pure l’Iva del 20%.

A tutto questo, poi, aggiungiamo il fatto che quando il prezzo del greggio aumenta, in maniera immediata aumentano i prezzi dei carburanti. La qual cosa appare ingiustificata perchè la benzina che vendono oggi non e’ stata raffinata ieri, ma qualche tempo fa. Chiaramente le varie compagnie traggono vantaggi da questa differenza perchè hanno raffinato il greggio pagato al prezzo (più basso) di molti giorni prima, ma basano il prezzo di vendita alla pompa come se lo avessero comprato ieri.

Ancora: il petrolio si paga in dollari americani, la benzina in euro. E’ assai strano che gli aumenti dell’euro sulla moneta statunitense non abbiano quanto meno mitigato gli aumenti del greggio.

16
Nov

Arriva anche in Italia la ‘class action’

Arriva anche nel nostro Paese la ‘class action‘ (o ‘azione collettiva‘), ossia la possibilità per i consumatori di partecipare a cause collettive contro società fornitrici di beni o servizi.

Le nuove misure entreranno in vigore tra sei mesi. La cosa buffa è che questa svolta storica nei rapporti fra consumatori e aziende arrivi da un errore di voto del senatore di FI, Roberto Antonione: resosi conto dell’esito della votazione si è messo a piangere in aula.

Tra le grandi battaglie vinte in altri Paesi attraverso le class action ci sono, ad esempio, le cause contro le multinazionali del tabacco o quella contro la ‘Pacific and Gas Company’, che contaminò le falde acquifere di una cittadina californiana, provocando tumori ai residenti, per la quale venne ottenuto un cospicuo risarcimento (ricordate il film Erin Brokovich, con Julia Roberts?).

Come era ovvio, pare che Confindustria non abbia gradito.

07
Nov

Il credito al consumo e le disuguaglianze sociali

Leggendo l’ultimo Rapporto sui consumi e sulla distribuzione elaborato da Ancc-Coop, emerge subito che l’Italia è, tra i grandi paesi comunitari, quello con la maggiore disuguaglianza sociale: il 20% della popolazione col reddito più elevato guadagna quasi sei volte di più rispetto al 20% di quella che ha i redditi più bassi.

Alla fine, un italiano su cinque ha la percezione di essere ‘povero’. Il che ha un fondo di verità se si considera che il potere di acquisto si è notevolmente ridotto: a fronte di tasse crescenti, i salari reali sono fermi da oltre 15 anni.

Ma la stranezza è data dal fatto che i consumi sono in aumento. Tuttavia, a crescere sono soprattutto quelli di prodotti tecnologici e di lusso. Sono stabili o in flessione quelli relativi a prodotti di fascia bassa, che pure dovrebbero essere i più richiesti da un paese che si precepisce ‘povero’. La qual cosa si può spiegare così: si sa di essere indigenti, ma si cerca di nasconderlo, non rinunciando agli acquisti in grado di rispondere a quelli che diventano bisogni ‘emergenti’ (telefonino, tv lcd, fotocamera digitale…); il tutto a scapito di quelli per soddisfare i bisogni ‘necessari’ (spese per la casa, per il vestiario, per generi alimentari).

La spesa tende, quindi, a spostarsi verso ciò che serve ad apparire. Lungo questa strada si è incamminato un buon 60% della popolazione, che sempre meno di rado, si accolla mutui e rate per mantenere un certo stile di vita.

Diventeremo un popolo di indebitati cronici?

03
Nov

L’Antitrust avvia un’istruttoria su Mediaset Premium

L’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’istruttoria per possibile abuso di posizione dominante, nei confronti di Mediaset Premium.
In particolare, si dovrà verificare se il comportamento di Mediaset, con riferimento al servizio Mediaset Premium, costituisca una strategia abusiva.
All’origine dei presunti comportamenti abusivi della società il mancato rispetto del decreto Bersani, volto tra l’altro a regolare la materia delle tessere prepagate.
Secondo l’Autorità, l’azienda avrebbe interpretato in modo anomalo tale decreto 7/2007, non prevedendo alcun rimborso del credito residuo delle carte Mediaset premium per il digitale terrestre.

L’indagine è stata avviata anche dopo le numerose segnalazioni (compresa la mia) dei cittadini che denunciavano di aver perso il credito residuo rimasto inutilizzato in seguito alla scadenza della tessere. E che hanno dovuto ricomprare (al costo di 5 euro) una nuova tessera.

25
Ott

Poste Italiane: sempre peggio

Le nostre Poste continuano ad essere poco affidabili. A documentarlo, non sono più soltanto le lamentele dei cittadini, le proteste degli utenti o le indagini dei consumatori; ma anche le rilevazioni periodiche fornite al ministero delle Comunicazioni e alle stesse Poste dall’Izi di Roma, una società per le ricerche di mercato che s’è aggiudicata la gara per questo incarico. L’analisi compone con dovizie di dati una mappa statistica delle disfunzioni postali da un capo all’altro della Penisola. Dopo l’esposto presentato dal Codacons alla Procura di Roma, per denunciare che il 45% delle lettere spedite dall’associazione non è arrivato a destinazione nei tempi prestabiliti, tutto questo materiale è destinato ora a finire sui tavoli dell’Antitrust che ha aperto un’istruttoria contro Poste Italiane per verificare l’ipotesi di abuso di posizione dominante. Nel primo semestre di quest’anno, su un totale di 800 tratte in cui è articolata l’Italia postale, il 37,1% erano al di sotto dell’80% di consegna entro un giorno lavorativo (dalla spedizione e dall’orario di ritiro indicato sulle cassette): ciò significa, in pratica, che quasi 40 lettere su 100 arrivano in ritardo, con una punta di oltre il 63% nel traffico extra-regionale. E il peggio è che dal 2003 a oggi, la situazione tende nettamente a peggiorare.

L’ope­razione di trasformare tutto in posta prioritaria e far pagare di più a tutti è stata un fallimento: i prezzi sono aumentati, il servizio è peggiorato. Poste è riuscita a far cassa ma non ce l’ha fatta a lavorare come un’impresa in concorrenza, che ogni giorno deve misurarsi con i concorrenti e che se non recapita la posta come promesso, vede i clienti orientarsi verso altri operatori.

D’altronde è risaputo che gran parte degli utili di Poste Italiane spa deri­va non dalla posta ma da altro. Bancoposta innanzitutto. Infatti, per quanto il gruppo possa vantare nel bilancio 2006 un utile netto consolidato a 676 milioni di euro e un risultato operativo consolidato di 1,5 miliardi, su un totale di 17 miliardi di ricavi, gli osservatori più critici rilevano che questi risultati non derivano dall’attività istituzionale della società, ma per la maggior parte da quella finanziaria.

L’azienda negli ultimi anni si è, quindi, orientata più a perseguire logiche di profitto che a occuparsi del servizio per cui è nata e di cui ha il monopolio.

E’ poi sconcertante il fatto di dover apprendere dati “ufficiali” dai giornali e non da chi, ministero e Poste, sarebbe il primo in dovere di renderli pubblici.

Gli standard di qualità da rispettare non sono dei dati asettici e privi di importanza: sono l’impegno assunto verso i cittadini che, col francobollo o con le tasse, pagano tutto.

fonte: Il Salvagente e Repubblica

24
Ott

Per chi non vuole pagare il Windows preinstallato

Non sono uno di quelli che spara a zero sul sistema operativo della Microsoft a prescindere (Linux continua a non convincermi appieno e Vista, nonostante i suoi difetti, non mi dispiace affatto). Però il fatto che per ogni acquisto di un pc o notebook bisogna versare l’obolo alla casa di Bill Gates mi irrita parecchio.

Da Punto Informatico, apprendo che il giudice di pace di Firenze ha riconosciuto la legittimità della richiesta di rimborso da parte di quegli acquirenti che, all’acquisto del nuovo computer, non sono interessati al sistema operativo preinstallato. Nella fattispecie, HP Italia ha rimborsato 140 euro ad un acquirente che non intendeva utilizzare il sistema operativo Windows pre-installato sul proprio notebook.

Poiché la sentenza è stata emessa da un giudice di pace, non produce giurisprudenza: per poter chiedere lo sconto occorre portare il venditore davanti ad un giudice di pace, e documentare la richiesta.

10
Ott

La maglietta che rileva il segnale WiFi

Ecco una maglietta che si illumina quando ci si trova in una zona coperta dal segnale WiFi (più tacche sono illuminate, migliore è il segnale). Compatibile con gli standard 802.11b o 802.11g, è in cotone al 100% e di colore nero; si può lavare togliendo momentaneamente il rilevatore di Wifi e funziona con tre pile AAA. In vendita su Think Geek a 29.99 dollari.




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