Archivia per 14 Marzo 2008

14
Mar

La ricetta di Silvio contro il precariato

Nel corso della trasmissione “Tg2 Punto di Vista”, una ragazza chiede a Berlusconi come può un giovane mettere su famiglia e affrontare un mutuo con la precarietà nel mondo del lavoro, e lui risponde così: «Da padre, il consiglio che le do è quello di ricercarsi il figlio di Berlusconi o di qualcun’altro che non avesse di questi problemi. Con il sorriso che ha potrebbe anche permetterselo». In serata il Cavaliere, dopo le critiche sollevate da questa infelice uscita, ha detto che «si è trattato solo di uno scherzo».   (letto su Corriere.it)

Ma sì, scherziamo pure su queste cose!

AGGIORNAMENTO: Gianni Alemanno, candidato a sindaco di Roma, annuncia che Perla Pavoncello, la precaria cui il Cavaliere aveva consigliato di sposare “suo figlio o comunque un milionario”, sarà candidata per il Pdl nelle liste del Comune di Roma. Non so se ridere o piangere …

14
Mar

Idee per ridurre l’emissione di Co2

Detersivi e latte alla spina per abbattere emissioni e rifiuti

Sta alla raccolta differenziata come un fucile automatico sta alla clava. E’ la pratica dei prodotti alla spina, per il momento detersivi e latte, venduti “sfusi” e “confezionati” dai clienti al momento dell’acquisto con i contenitori portati da casa. Un comportamento virtuoso che sta lentamente iniziando a prendere piede in alcune regioni italiane, soprattutto al Nord.
Se l’obiettivo è ridurre i rifiuti e lo spreco di materiali realizzati con grandi dispendi energetici che finiscono per essere usati una sola volta, non c’è dubbio che i distributori alla spina rappresentano la risposta più efficace. All’avanguardia lungo questo percorso c’è il Piemonte che poco più di un anno fa ha lanciato una campagna per diffondere l’uso di saponi self service per indumenti, pavimenti e piatti. Il progetto ha coinvolto le principali catene della grande distribuzione creando all’interno di ipermercati e supermercati un sistema di vendita sfusa di detergenti, in cui si acquista soltanto il contenuto e si riutilizza il contenitore, eliminando quindi gli imballi superflui.
A poco più di un anno dalle prime inaugurazioni delle macchine dei detersivi self service (in tutto una quindicina), la Regione ha fornito un primo bilancio. Complessivamente sono stati venduti circa 142.300 litri di prodotti, con un risparmio di oltre 80 mila flaconi e un “tasso di fedeltà” al progetto del 56%. I benefici ambientali ottenuti con la mancata produzione dei contenitori si traducono in 4,80 tonnellate di plastica risparmiata e 2,68 tonnellate di cartone non utilizzato per l’imballaggio secondario. In questo modo sono state evitate 13,4 tonnellate di emissioni di CO2, 206,61 MWh di energia e 20,11 milioni di litri d’acqua che sarebbero stati necessari per la produzione di tutti questi flaconi.
Con modalità simili (ma con motivazioni più articolate) si stanno moltiplicando in diversi centri anche i distributori di latte fresco (in molti posti viene offerto anche crudo, non pastorizzato), davanti al quale ci si presenta con la propria bottiglia e si acquista la quantità desiderata a prezzi quasi sempre inferiori a quelli praticati in bar e negozi. Stesso principio, applicato con pratiche diverse, da quanto si sta cercando di fare in Trentino Alto Adige dove alcuni produttori hanno iniziato a commercializzare vasetti di yogurt in vetro con la modalità del vuoto a rendere.

VALERIO GUALERZI su Repubblica

I nostri quindici miliardi di motivi per non usare sacchetti di plastica

Lasciamo gli shopper sugli scaffali. Ci sono quindici miliardi di motivi per farlo: uno per ogni sacchetto di plastica prodotto annualmente in Italia. Un numero che comporta qualche problema non trascurabile.
Il primo è legato al cattivo uso: lo shopper è leggero, non costa quasi niente, serve a portare tante cose e liberarsene non è una perdita economica. Purtroppo è una grande perdita ambientale: una volta abbandonati in campagna o al mare - per incuria, disattenzione, ignoranza - i sacchetti di plastica inquinano e deturpano il paesaggio per decenni o secoli.
Ma c’è anche un problema legato a un uso apparentemente corretto. Anche chi evita accuratamente di lasciare in giro i sacchetti, che però continua a comprare a ritmo forsennato ogni volta che fa la spesa, si rende responsabile di un piccolo ma significativo contributo all’aumento dell’effetto serra.
Secondo i calcoli dell’ex presidente della commissione ambiente della Camera, Ermete Realacci, l’uso dei sacchetti di plastica è responsabile dell’emissione di 400 mila tonnellate di anidride carbonica e comporta l’acquisto dell’equivalente di 200 mila tonnellate di gasolio.
Una trappola da cui si uscirà il primo gennaio del 2010 quando entrerà in vigore la norma che impone l’uso di plastica biodegradabile che tra l’altro si produce in Italia su brevetto italiano grazie a un accordo tra la Novamont, un’azienda nata da un centro di ricerca Montedison, e la Coldiretti. Mezzo chilo di mais e un chilo di olio di girasole sono sufficienti per creare circa 100 buste di bioplastica.
Secondo i calcoli della Coldiretti, per sostituire le 300 mila tonnellate di plastica necessarie a produrre i sacchetti usati in un anno in Italia basterebbe coltivare circa 200 mila ettari, un quinto delle terre agricole non utilizzate. Il tutto con un ovvio vantaggio ambientale visto che un chilo di polietilene comporta l’emissione di 2 chili di anidride carbonica, mentre per 1 chilo di bioplastica si rilasciano solo 800 grammi di anidride carbonica.

ANTONIO CIANCIULLO su Repubblica




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