Al Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) ci sono 2.500 ricercatori precari su settemila unità. Con stipendi inferiori a quelle degli operai: 830 euro per i borsisti, 1.100 euro per gli assegnisti e 1.200 euro per i ricercatori. Questo è il valore che lo Stato riconosce ai nostri scienziati giovani e meno giovani su cui poggia uno dei settori che dovrebbero essere considerati strategici nello sviluppo di un Paese.
Il risultato è la fuga all’estero di giovani intelligenze che, proprio a causa della forte instabilità della posizione, si vedono ostacolate nel proseguire il percorso intrapreso.
Le ultime Finanziarie hanno penalizzato lo sviluppo della ricerca italiana iscrivendo la categoria alla voce dei tagli e il blocco delle assunzioni è fermo al capolinea dal 2001. La cronica mancanza di fondi (ma per finanziare le varie missioni… ‘di pace’, per coprire gli esosi costi della politica, i fondi ci sono, eccome) colpisce i contratti a termine dei ricercatori e il mantenimento dei laboratori.
Il risultato di questa politica è che i ricercatori italiani lasciano il Paese, quelli stranieri non ne sono attratti. E chi parte e trova spazi all’estero poi difficilmente ritorna.
Il misero stipendio, inoltre, viene riconosciuto con una modalità di pagamento cumulativa e non mensile: non solo, quindi, un borsista deve farsi bastare 830 euro al mese; ma questa cifra la prenderà soltanto a 90 giorni.
In molti casi, diventa necessario un intervento di sostegno delle famiglie, con buona pace del ministro Padoa Schioppa (quello che parlava di ‘bamboccioni’ che non vogliono andarsene da casa).
Aveva ragione quel cabarettista che qualche tempo fa disse: certo che siamo proprio furbi, noi italiani. Importiamo piedi (intesi come calciatori) ed esportiamo cervelli…
fonte: corriere.it
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